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Nota più che altro per una cover dell’evergreen “Wonderful Life” utilizzata come colonna sonora di uno spot pubblicitario, torna sulle scene la belga Lara Fabian. “9” segue un paio di lavori cantati in inglese (scritti in collaborazione con gente tipo Gary Barlow, oh) che avrebbero dovuto sdoganare la signorina in questione presso il mercato anglosassone, un azzardo che, anche alla luce della decisione di tornare all’idioma francese, può dirsi tranquillamente fallito. E, all’ascolto delle undici tracce qui presenti non fatichiamo a comprenderne i motivi, dato che “9” riesce a ritagliarsi con disarmante nonchalance un posticino d’onore tra i dischi più brutti di sempre. Fatichiamo a capire l’utilità di un impasto sonoro senza capo né coda come questo, ma sinceramente ciò che più irrita è la supponenza con la quale la Fabian tenta invano di sintetizzare in 40 minuti buona parte della musica popolare occidentale dell’ultimo mezzo secolo (e forse anche di più). Velleità da Tori Amos del quarto mondo (“La Lettre”) lasciano così il posto al più sdolcinato del pop da classifica, passando per momenti leggermente più rock-blues (“Les Homericaines”), gospel (“L’homme qui n’avait pas de maison”) fino al folk acustico di “Rien qu’une seul larme”, forse unico episodio lontanamente salvabile, che ci fa comunque rimpiangere i bei tempi di Carla Bruni (Ebbeh). E se in ogni singolo caso i risultati sono men che mediocri qualcosa vorrà pur dire. Alla fine possiamo solamente augurarci che il 9 del titolo indichi lo sparuto gruppetto di persone (parenti entro il terzo grado ed affini entro il secondo) che esibirà sul proprio scaffale una copia (rigorosamente omaggio) di questo disco.
Tony Aramini
Voto:
2
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