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Con quel tempaccio che c'è lì a Nord è naturale che chi in Norvegia sappia suonare uno strumento cerchi di suonarlo il più a lungo e nel modo più vario possibile. Per occupare il tempo, si capisce. Così, un pugno di amici, tutti più o meno impegnati in altri progetti musicali, si sono riuniti qualche anno fa per sublimare i propri discordanti istinti acustici in un unico, ennesimo Supergruppo. Se andassimo a spulciare la genealogia della band (riassunta da un geniale "Family tree" sul loro sito ufficiale) troveremmo membri ed ex membri legati in vario modo a Spiral Architect, Arcturus e Satyricon, nonché un batterista torinese; e bisogna dire che, nel processo creativo alla base dei due dischi dei Lunaris, spinte verso lo psicoticismo dei primi e l'oscura superbia degli ultimi non mancano di certo, mentre è assente del tutto la teatralità di La Masquerade Infernale", latitano le atmosfere ambigue di "The Sham Mirror", nel bene e nel male. Ciò che risulta dall'unione di tanti stili, diversi e teoricamente incompatibili tra di loro, provoca, talvolta, l'affermarsi presso la "critica" di orrende etichette: addirittura Post Black Metal, nel loro caso. Cos'è dunque il Post Black Metal? Non penso di essere la persona adatta a spiegarvelo. A stento so cosa sia il Post Punk, e mi blocco ogni volta che arrivo al Post Rock. Ammesso e non concesso che i Lunaris suonino Post Black Metal, tale genere appare come un'unione piuttosto confusionaria di intricati intrecci chitarristici su tempi sbilenchi, chiuse celebrali che ricordano di molto i Cynic, accelerazioni di riff dissonanti con voce urlata, psichedelie, stramberie varie e qualche riuscitissima commistione di elettronica. Aggiungete una produzione di rara pulizia, che esalta i passaggi più ragionati e sprofonda quelli che dovrebbero suonare maligni e sinistri in un abisso di piattezza da cui a fatica si sollevano, e solo a tratti. In realtà, quello che a prima vista scoraggia anche l'ascoltatore più paziente, può essere diligentemente ruminato (sempre che non vi infastidisca quel pesante retrogusto di plastica) e, nel tempo, apprezzato per quello che è; dietro "Cyclic" si celano infatti moltissime sorprese, e un lavoro a dir poco maniacale, frutto di passione facilmente avvertibile come genuina e sincera. Tuttavia questo a volte non basta; i Lunaris sono riusciti comunque a farne un buon lavoro, apprezzabile però soltanto con un grandissimo sforzo da parte dell'ascoltatore.
Emanuele "Maraska"
Voto:
s.v.
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