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Misconosciuti da noi, i norvegesi Madrugada sono delle autentiche star in patria ed hanno un ampio seguito anche in diversi paesi europei. Nonostante la scarsa notorietà che ha sempre inspiegabilmente accompagnato la band nel nostro paese, il gruppo ha consolidato in questi anni -dall'uscita nel '99 dell'esordio "Industrial Silence"- una nicchia non poi così ristretta di estimatori che seguono la band con costanza e passione.
Con "The Deep End" i Madrugada arrivano al quarto full-length, registrato a Los Angeles con il produttore George Drakoulias (Tom Petty, The Jayhawks, Primal Scream) e il tecnico del suono David Bianco (Teenage Fanclub, Mick Jagger). Fin dall'attacco "a freddo" delle chitarre nella prima traccia, "The Kids Are On High Street", appare chiaro che la band non ha apportato sostanziali modifiche al proprio suono, totalmente derivativo eppure personale e inconfondibile, un autentico marchio di fabbrica. La musica dei Madrugada si rifà infatti in modo evidente a una serie di istanze provenienti da generi e periodi diversi: dal rock-blues americano dei sixties-un nome su tutti: Doors- al country-punk sciamanico dei Gun Club, passando per il lato più oscuro ma anche per quello più posato e intimista di Nick Cave And The Bad Seeds. I Madrugada sono riusciti a ricomprendere queste molteplici influenze attraverso l' elaborazione di un suono dal sapore retrò a metà strada tra il classic e l'indie rock -più classic che indie, in verità- al tempo stesso avvolgente e spigoloso, notturno, talvolta aspro ma sempre con un occhio alla melodia, pervaso da un'aura di mistero e tensione latente, e incredibilmente caldo a dispetto della loro latitudine di provenienza. In "The Deep End" risultano smussati gli aspetti più ruvidi e sperimentali della loro musica che emergevano in alcuni episodi del precedente "Grit", ma per il resto la band ripropone la formula che aveva contraddistinto i passati lavori in modo pressochè invariato.Le dodici composizioni del disco, sulle quali svetta come sempre la splendida voce baritona del singer Sivert Høyem, si susseguono alternando episodi più tesi e sostenuti a ballads strappalacrime. Dai rimandi western di "On Your Side" alla struggente "Hold On To You" (realizzata con la collaborazione nientemeno che di Angelo Badalamenti), dalla spagnoleggiante "Stories From The Streets" passando per le atmosfere noir di "Running Out Of Time" e per quelle beatlesiane di "Elektro Vakuum", fino alle trascinanti "Hard To Come Back" e "Ramona" per concludere con le suggestioni soul e blues di "Slow Builder" e "Sail Away". La qualità delle composizioni è sempre buona, tuttavia è inevitabile riscontrare la mancanza di quel "quid" di speciale che aveva contraddistinto i precedenti lavori e che animava pezzi come "Strange Colour Blue", "Step into This Room and Dance for Me" o "Majesty" (per citarne tre tra i più significativi). Nonostante ciò, "The Deep End" resta un lavoro ampiamente sufficiente, un piacevolissimo disco di atmosfera che certo non deluderà i fans della band. E chissà che non possa essere il pretesto, l'occasione per portare questa band ingiustamente sottovalutata in tour nel nostro paese: in attesa che questa aspirazione -per il momento utopica- possa diventare realtà, segnalo anche la recente uscita del disco registrato on stage "Live At Tralfamadore".
666ally
Voto:
7=
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