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1. Theater
2. This Is The New Shit
3. (M)Obscene
4. Doll-Dagga-Buzz-Buzz Ziggety Zag
5. Use Your Fist And Not Your Mouth
6. The Golden Age Of Grotesque
7. (S)Aint
8. Ka-Boom Ka-Boom
9. Slutgarden
10. (Spade)
11. Paranoir
12. The Bright Young Things
13. Better Of Two Evils
14. Vodevil
15. Obsequiety (The Death Of Art)
16. Tainted Love
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Tutto si può dire di Marilyn Manson, tranne che non sia un fenomeno. Da tempo un trasformista di questa risma non si affacciava sulla scena rock, e, per quanto si possa stare lì a cercare di identificarne e rintracciarne tutte le possibili fonti di ispirazione (da Alice Cooper a David Bowie) non si può negare che, dopo dieci anni di carriera sia ancora in grado di far parlare di sé, di stupire, di scatenare polemiche e censure, tanto da poter essere definitivamente considerato come un personaggio a sé stante, un’icona, ormai. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, perché sa essere divertente come pochi. Non che ci sia qualcosa di ridicolo in ciò che dice o in ciò che fa, nel modo in cui si trucca o si veste. Meglio chiarire: per me un artista è divertente o interessante se non mi ripropone sempre la stessa solfa, se, proprio quando credo di averlo capito e cerco di etichettarlo, questi, con improvviso colpo di coda, si reinventa, si mette alla prova sfidando il pubblico a ritrovarlo sotto altre spoglie, dentro altri messaggi. Manson potrà non avere padronanza di elevate tecniche di canto, potrà non essere dotato di virtuose corde vocali, ma è un artista, almeno secondo i miei canoni, ed è anche una delle proposte musicali più interessanti che ci siano in giro. E l’ultimo album ne è la conferma. Temo che rimarranno delusi i fans più legati all’aspetto satanico di questo sfaccettato personaggio, tutti quelli che iniziarono a seguirne le gesta di noto profanatore di tombe, blasfemo critico letterario della Sacra Bibbia e reverendo della chiesa di satana, a meno che non siano cresciuti con lui, maturati a tal punto da capirne le recenti scelte. Difatti l’idea di presentarsi come l’Anticristo, che in quegli anni gli portò inspiegabilmente fortuna, ormai da qualche tempo gli si ritorce contro come un boomerang. A nulla sembrano valse le sorprendenti mutazioni nel coloratissimo, androgino e innocuo Omega di “Mechanical Animals”, con tanto di glitter, zepponi e arrangiamenti decisamente più soft e di lontano aroma glam rock o nel cupo e nichilista Adam Cadmion di “Holywood”, commercialmente quasi un flop, ispirato alla tragedia di Columbine. L’avventura Marilyn Manson sembrava aver raggiunto il punto di non ritorno, e invece eccolo qui, reso più forte da errori e debolezze, a far impazzire la critica e a sconvolgere per l’ennesima volta i fans. Le novità più eclatanti si rintracciano da subito nel nuovo impatto visivo. Il new look, sia che tragga ispirazione da una sorta di versione in nero del personaggio di Macolm Mc Dowell in “Arancia Meccanica”, sia che invece motteggi Mickey Mouse di Disney, ci ricorda che Mr. Manson (stavolta nei panni di Herr Doktor) è un mago impareggiabile da questo punto di vista. Invece l’assenza di Ramirez al basso, sostituito da un pezzo da novanta come Tim Skold (Shotgun Messiah, KMFDM), potrebbe spiegare la nuova veste tecnica del sound della caustica band, tornato ad essere aggressivo, potente, molto ritmato, ma più accessibile a un pubblico eterogeneo, perché alla base di pezzi come Mobscene o Doll Dagga Buzz Buzz Ziggety Zag (se non vi si incarta la lingua a leggere sto titolo) altro non c’è che del buon vecchio punk, anzi no, mi rovino, a me sembra proprio…swing! La tracce di apertura dell’album, Theater, e di chiusura, Obsequey (The Death Of Art) ci riportano nell’Europa di inizio ‘900, in pieno Sezession Stil, agli albori della Belle Époque, all’epoca dei primi avanspettacoli, del cabaret e del vaudeville, ma anche all’epoca dei circhi pieni di fenomeni da baraccone, di quei freaks tanto cari a Tod Browning, cui Manson fa sottile allusione nel video di Mobscene e nel ritornello del pezzo scioglilingua di cui sopra quando dice “you’re one of us”. In mezzo a queste due tracce ce ne sono altre 13, tra le quali This is The New Shit, che fa parte della soundtrack di “Matrix Reloaded” (non c’è nel film però) una delle migliori per impatto, molto d’effetto dal vivo, il cui testo si beffa di alcuni tra i più noti luoghi comuni che riguardano la vita delle rockstar, sarebbe a dire dell’ immortale trinomio sex drugs & rock’n’roll; più o meno dello stesso avviso è (M)obscene, nel cui già citato video Manson omaggia anche l’amico David Lynch, e le cui lyrics incitano a essere il più “osceni” possibile, quando questo significa spezzare le squallide regole del perbenismo sociale; Doll Dagga…è una delle canzoni in cui Manson si è decisamente divertito a giocare con il nonsense tipico delle filastrocche e con neologismi nati dalla fusione di più lingue (specie italiano e tedesco) e il cui ritornello fa venire voglia di lanciarsi in uno sfrenato rock’n’roll acrobatico; Use Your Fist And Not Your Mouth è una vera e propria istigazione alla rivolta, diretta soprattutto ai cosiddetti colletti bianchi, e mi ricorda parecchio i tempi di The Fight Song; sAINT, Slutgarden e Paranoir si somigliano troppo, specie nell’argomento dei testi, e come è noto, il troppo stroppia, ce ne bastava uno che parlasse del rancore verso la sua ex e dei suoi difficoltosi rapporti con l’altro sesso; Ka-Boom, Better of Two Evils, The Bright Young Thing e Vodevil hanno un filo rosso che le lega molto strettamente, e anche qui il rischio è quello di essere un po’ridondante nel ribadire certi concetti, come i pregiudizi della stampa e della gente in generale nei suoi confronti (mah, come se la cosa veramente lo toccasse in qualche modo) e nell’insistere sul fatto che non fa il trasgressivo per vendere ma perché così gli va e che tutto questo non è uno show ma la sua vera vita. Due gioellini trovo che siano il pezzo che dà il titolo all’album e quello che per titolo ha un simbolo, l’asso di picche (in inglese Spade). Il primo è la prova di quanto ho detto sull’ ideale di artista che non deve lasciarsi catalogare e rimanere fermo lì, a dormire sugli allori, perché chi avrebbe mai scommesso che Manson sarebbe stato capace di fare una roba del genere alzi la mano. Non parlo degli arrangiamenti, che mi fanno venire in mente le musiche di sottofondo di vecchi pezzi di avanspettacolo o di romantiche giostre a cavalli, ma di frasi come “we’re the low art gloominati” o “the scabaret sacrilegends”, che non hanno significato in nessuna lingua conosciuta, ma di cui si coglie inevitabilmente il senso sebbene non esistano sul dizionario. Il secondo, che mi ha procurato non pochi grattacapi, poiché non mi aspettavo di dover analizzare un esempio di arte visiva in un titolo, è proprio una love song, con tanto di rimorsi e sensi di colpa, molto noir e molto intensa. E qui John 5 secondo me fa davvero vedere di che pasta è fatto, con un breve assolo di chitarra che fa venire i brividi. Il mistero della sostituzione del titolo con l’immagine si spiega nel ritornello, che dice “hai inaridito il mio cuore e ne hai fatto picche, ma qualcosa di me scorre ancora nelle tue vene”, e che io ho interpretato così: l’asso di picche non è altro che un cuore a rovescio con una punta di freccia conficcata giusto nel mezzo. Unica nota dolente è che all’interno di questa sorta di concept album, si inserisce inspiegabilmente la cover di Tainted Love dei Soft Cell, che non c’entra veramente una benemerita e che non a caso è distanziata di parecchi secondi dall’ultima traccia. Il DVD dell’edizione limitata, è un filmato, Doppelherz (Cuore Doppio), la cui regia è dello stesso Manson, che qui ripete ossessivamente determinate frasi, alla maniera di un tale Oscar Wilde. Non c’è trama, si potrebbe definire diviso in due parti, di cui una si svolge di notte a bordo di una Rolls Royce che percorre la Mullholland Drive (altro tributo a Lynch) alla ricerca di una coppia di gemelle siamesi, con le quali trascorrere dei momenti memorabili e unici, nel talamo (su cui si svolge l’altra parte) che suscita le curiosità più morbose in America dopo quello di Bill Clinton. Peccato però che ciò che sembra non sempre sia ciò che veramente è, concetto che potrei spiegare meglio con una citazione diretta: “ogni volta che qualcuno crede a quello che dico, divento una bugia”.
Margherita Realmonte
Voto:
7,5
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