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Già a dare una veloce scorsa ai titoli verrebbe voglia di mollare tutto e scendere a portare a spasso il cane: Sarcophagis, Vade Mecum, Pisacis (Phra-Men-Ma), Facilis Descenus Averni e via deliziando. Quando poi ci si rende conto che Frances The Mute è il solito concept album improponibile e farraginoso come manco una sceneggiatura di Charlie Kaufman la tentazione di andare sotto casa di Robert Fripp con una mazza da baseball e massacrarlo di botte per il solo fatto di aver plagiato ‘sta manica di inetti diventa insostenibile. Tentazione confermata – e rafforzata – fin dalle prime note dell’opener Cygnus…Vismund Cygnus; titolo da Ozric Tentacles della mutua a parte, il pezzo è un micidiale susseguirsi di schitarrate, bonghi, melassa prog assortita, chitarrine spagnoleggianti, gorgheggi da Farinelli col mal di gola e tempi di batteria disarticolati e incoerenti che parrebbero eseguiti da un cocainomane in fregola; a un certo punto subentra un synth che farebbe arrossire di vergogna Giorgio Moroder, e il brano sfuma in una coltre di basse frequenze e scricchiolii che chiunque potrebbe ottenere smanettando a caso con una radiolina sintonizzata sulle onde medie: tredici minuti di nulla. E il disco è tutto così, con l’eccezione di L’Via L’Viaquez, orripilante pseudo-samba da balera ecuadoregna con tanto di maracas e tricche-tracche vario e un cantato da venditore di tortilla che fischietta sotto la doccia. Per allungare la broda, già abbastanza insostenibile di suo, e portare il programma all’inaffrontabile durata di settantasei minuti, il gruppo pensa bene di terminare e iniziare quasi tutti i pezzi con badilate di scorie ‘ambientali’, rumori ‘trovati’ ed espedienti della medesima risma (semplicemente indescrivibili i cinque e passa minuti di cinguettii e sfarfallare d’ali che aprono Miranda That Ghost Just Isn't Holy Anymore), tutta roba in ogni caso che potreste ascoltare facendo una bella passeggiata ai giardini pubblici, e gratis. Quei pochi, pochissimi momenti in cui viene ripristinata una seppur vaga idea di “canzone” (il singolo The Widow e qualche altro sprazzo isolato, perso nel marasma di fruscii, vaniloqui e friggimenti del caso) raccontano di una musica nata vecchia, obsoleta, irritante, ampollosa oltre ogni limite, francamente insopportabile; al confronto il precedente De-Loused In the Comatorium sembra un disco dei Discharge. Al confronto i Marillion dell’era Fish sembrano i Carcass. Al confronto Yngwie Malmsteen è veramente Paganini. L’unico effetto positivo che Frances The Mute può sortire è farci rivalutare perfino la più becera cagata prog a cavallo tra sixties e seventies, o in alternativa farci sembrare i Porcupine Tree autori sopraffini; ma se penso che c’è chi ha salutato i Mars Volta come “il gruppo più ORIGINALE del momento”, beh, mi chiedo se questa gente non abbia sul serio qualche tonnellata di merda nel cervello.
Dragone Nervoso
Voto:
1
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