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Di questo disco non solo si può dire senza problemi che è noioso e poco ispirato, ma anche che è del tutto inutile. L’involuzione dei Meshuggah, il loro ingrandire a dismisura come al microscopio la meccanicità di una struttura ritmica sicuramente originale se non unica, porta solo ad un binario morto; cosa ancora più triste dal momento che il materiale di partenza faceva presagire il raggiungimento di orizzonti di interesse musicale che ora sembrano definitivamente preclusi, a giudicare dalla corsa al ribasso degli ultimi dischi degli svedesi.
L’inizio non è dei peggiori: andamento cadenzato e giochi ritmici sulle tre note, il “tema” che ci accompagnerà per tutta la durata di Catch 33. Man mano il riffing si fa più sviluppato fino ad arrivare anche a soluzioni interessanti (la chitarra sbroccata di “Entrapment”, per esempio); dopodichè, il vuoto.
Al posto di break atmosferici/inquietanti/jazzati di grande efficacia troviamo, nell’ordine:
-Kidman alle prese con un vocoder. Con un po’ di Tunz Tunz ci potevano fare una simpatica canzoncina dark, o almeno avrebbero coperto le frasi ridicole che il nostro elargisce generosamente.
-Arpeggio stupido e interminabile, poi finalmente sfocia in qualcosa di produttivo con un bel crescendo.
-Altra serie di arpeggi ancora più stupidi e interminabili, questa volta completamente inutili, brutti, noiosi.
-Reprise della melodia di vocoder, con le chitarre acustiche che partono per la tangente e chiudono il disco nel peggiore dei modi.
Per quanto riguarda la componente “metal” tutta la seconda metà è incredibilmente fiacca e stancante (salvo 2-3 riff), a cominciare da "In Death-is death" che sancisce la riconciliazione dei Meshuggah con i 4/4 e che, emblematicamente, non sembra nemmeno una canzone dei Meshuggah; solo i suoni ci ricordano di striscio che alla chitarra c’è Thordendal e non un panzone qualsiasi.
Emanuele
"Maraska"
Il
sottotitolo Il
primo elemento che prepotentemente salta all’occhio (o all’orecchio,
se preferite) a un ascolto sfuggente e sommario dell’ultima fatica ad
opera del five-piece di Umea, è che la supercazzola brematurata ha perso
i contatti col tarapìa tapioco; questo, oltre a provocare un’evidente
dislessia palingenetica nella scelta dei titoli e nella susseguente
suddivisione dei brani (un metodo che indubbiamente gli elitaristici e
intellettuali adepti al Verbo-Meshuggah saranno in grado di comprendere e
introiettare in tutta la sua appagante pienezza, ma che per noi poveri
mortali si potrebbe riassumere con le parole “alla stracazzo di
cane”), stuzzica e indispone il padiglione auricolare dell’incauto e
sprovveduto ascoltatore, che già deve trovarsi a fare i conti col tarapìa
tapioco come se fosse antani soltanto in due, oppure in quattro anche
scribai con cofandina. E non è poco. A questo punto si potrebbe obiettare
che rientra nel pieno diritto del collettivo guidato dal filiforme Jens
Kidman e dal possente Tomas Haake (qui sostituito in
loco da una impertinente drum-machine e anche un pochino da antani in
prefettura) rimandare la sensibilità dell’ascoltatore ai posterdati
dell’articolo 12, in fondo non sono stati né i primi né gli ultimi a
mettere in atto questa sorta di ‘rivoluzione’, che poi
‘rivoluzione’ proprio non è (si pensi ai caracollanti Opeth, ai
pimpanti Mindrot o ai deossiribonucleici Phlebotomized di “Immense
Intense Suspence”); ma in questo caso è presente una sorta di
presupponenza post-racconto inedito di Philip Dick capace di indisporre
anche il più scafato e proverbiale degli appassionati del settore, gente
che ha passato anni sui testi dell’autore di ‘Ubik’, gente con le
stimmate dello sci-fi rock e che per questo rispettiamo parecchio. Però i
dischi costano, e non può bastare un’imponente rivis(itaz)ione del
“Blade Runner” ridleyscottiano né un’attenta rilettura filologica
delle ‘Confessioni di un artista di merda’ per conferire occhiello di
privilegio a un’opera stanca, sciatta, inconcludente ancorché plumbea,
tenebrosa, romantica, funerea, emozionale, spietata, solenne, decadente,
intimista, maestosa, limpida e cadenzata. A cosa serve, dunque, Catch 33?
Vi ringrazio della domanda, e spero un giorno di potervi ringraziare della
risposta. Nel frattempo, fate di Catch 33 ciò che volete: usatelo come
paletta per raccogliere gli escrementi del vostro amico a quattro zampe,
puntellateci la gamba corta del tavolo, utilizzatelo per lunghe ed
entusiasmanti partite a freesbee. Ascoltarlo? Per favore, non
scherziamo…
Dragone
Nervoso
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