MINISTRY

"Rio Grande Blood"

(13th Planet)

2006

1. Rio Grande Blood
2. Senor Peligro
3. Gangreen
4. Fear (Is Big Business)
5. Lies Lies Lies
6. The Great Satan
7. Yellow Cake
8. Palestina
9. Ass Clown
10. Khyber Pass

Dark Side of the Spoon è stato l’ultimo vero disco dei Ministry, dove per “vero” intendo mosso da necessità, frutto di autentico travaglio interiore e genuino desiderio di aggiungere sempre qualcosa in più al proprio discorso musicale. Da lì in poi, il nulla: sarà che la Warner li ha cacciati a pedate in seguito alle vendite inesistenti del suddetto Dark Side, sarà che Al Jourgensen ha smesso di drogarsi, fatto sta che ormai da anni il gruppo mostra drammaticamente le corde. Animositisomina era divertente in quanto autoparodia dei tempi d’oro che furono (praticamente una versione ipervelocizzata e cafona di Psalm 69 – il loro best-seller, non certo il loro miglior disco), poi il colpo di coda: Paul Barker, dal 1986 la metà metallara dei Ministry, abbandona senza se e senza ma. Di risposta, Jourgensen se ne esce con il disco più alla Paul Barker dell’intera storia del marchio: è con Houses of the Molè, di gran lunga il peggior disco a nome Ministry, che ci si rende conto che Animositisomina non era uno scherzo. No, Jourgensen ci credeva per davvero: quelli erano/volevano essere i “nuovi” Ministry. Una regressione che manco i Judas Priest di Angel of Retribution: dopo aver esplorato i meandri più oscuri della psiche umana, dopo aver illustrato con impressionante lucidità e agghiacciante dovizia di particolari il catalogo di allucinazioni e paranoie che popolano la mente di un tossico attraverso dischi tetri, personali e sofferti quali Filth Pig e – ancora – Dark Side of the Spoon, si mettono a imbastire un mongoloide ‘come eravamo’ cyber-metallaro senza un milligrammo della gaia follia di una Jesus Built My Hotrod. E non è abbastanza: ci voleva anche la critica al sistema, la coscienza politica, proprio loro che per lustri non cantavano che di oscuri universi paralleli da spin-off di Philip Dick, addentrandosi nella realtà solo quando si trattava di rimediare una dose, proprio lui che ha iniziato la sua carriera come gregario alla corte del dissociato D.O.C. Alan Vega e poi con un piccolo capolavoro di pop-wave disimpegnata e allegrotta (il più tardi disconosciuto With Sympathy). Ci mancava giusto la paternale di un ex-junkie redento fresco fresco di rehab che viene a dirti come stanno le cose: già il “concept” (virgolette d’obbligo) alla base di Houses of the Molè era ridicolo, posticcio e telefonato, indegno perfino dei System of a Down o altri “disobbedienti” di tal fatta e medesima statura intellettuale. Ma tale disarmante abominio diventa un capolavoro da accostare all’era aurea della band se paragonato a Rio Grande Blood: corredato da una copertina in anarchico b/n stile gruppo crust che odia le multinazionali e non mangia carne, titolo che maldestramente cita gli ZZ Top, il disco praticamente è un’ulteriore rilettura affannata e rabberciata di Psalm 69 con poca arte e troppo mestiere, poco industrial e tanto metal, prevedibile come una zitella in pensione e noioso come una coda alle poste, con tanto di testi che vorrebbero “toccare nervi scoperti” e sviscerare “punti nevralgici” del malgoverno Bush Jr. Ok, ora sappiamo come la pensa Al Jourgensen: gli americani sono stupidi e George W. non è un buon presidente. Sai la novità.


Dragone Nervoso

Voto: 1

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