MORRISSEY

"You Are The Quarry"

(Attrack Records/Sanctuary)

2004

1. America Is Not the World
2. Irish Blood, English Heart
3. I Have Forgiven Jesus
4. Come Back to Camden
5. I'm Not Sorry
6. The World Is Full of Crashing Bores
7. How Can Anybody Possibly Know How I Feel
8. First of the Gang to Die
9. Let Me Kiss You
10. All the Lazy Dykes
11. I Like You
12. You Know I Couldn't Last

Chi mi conosce sa: parlare di Morrissey (e, inevitabilmente, degli Smiths) è per me un po’ come giocare in casa. “You Are The Quarry” arriva dopo 7 lunghi anni di silenzio (quelli che ci separano dal catastrofico “Maladjusted”) carico di promesse e buone speranze, pronto come al solito a dividere la critica in due tronconi: quelli che spareranno a zero ancora prima di averlo ascoltato, tirando in ballo le solite argomentazioni che ormai da più di 15 anni si usano per apostrofare i suoi lavori post-Smiths (Morrissey da solo non sa scrivere musica, aridatece Johnny Marr, etc etc…) e quelli che, causa soprattutto i 7 anni di silenzio di cui sopra, grideranno al ritorno del messia. Per l’ennesima volta, la verità si trova esattamente nel mezzo. Se è vero che dal punto di vista musicale la mancanza di una figura come Marr continua ad avvertirsi, va anche detto che, pur non tornando ai livelli di un disco come “Viva Hate” (che non era un capolavoro, ma si lasciava ascoltare molto volentieri), si registrano sensibili progressi nei confronti di quel “Maladjusted” che aveva dato l’impressione di un coma artistico ormai irreversibile. Per fortuna ancora una volta la penna di Morrissey non ci delude, dispensando quelle liriche di disagio esistenziale che t’aspetti da lui (“How Can Anybody Possibily Know How I Feel”, oppure “I Have Forgiven Jesus”, bruciante racconto di una settimana “alla Morrissey”). E non solo: i nuovi bersagli si chiamano fisco, forze dell’ordine, stampa, addirittura l’America (argomento fin troppo sfruttato al giorno d’oggi, ma vale la pena ascoltare Morrissey che dice la sua tirando in ballo gli hamburger), e l’Inghilterra cromwelliana. Ed è quasi inutile dire che i testi si rivelano quasi più interessanti della parte musicale del disco, che scorre via tra alti e bassi offrendo qualche sussulto e qualche riempitivo. Tra ovvi richiami agli Smiths e qualche “aggiornamento” (loops, un po’ di batteria elettronica), viene ripassata in maniera piuttosto diligente la lezione di quel pop inglese alla cui creazione egli stesso ha contribuito in maniera più che decisa. Un paradosso ? Questo è il Morrissey del 2004, prendere o lasciare. E, considerando il predecessore, noi prendiamo volentieri. Menzione speciale per “Irish Blood, English Heart”: talmente semplice che qualcuno potrebbe definire punk rock, talmente vincente che per un attimo ci dimentichiamo di Johnny Marr. Ma solo per un attimo.


Tony Aramini

Voto: 6,5

www.morrisseymusic.com