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Una foglia appassita che non riesce a cadere, una lacrima impigliata nelle ciglia, un fiore soffocato dalla neve, un’angoscia poetica, un ultimo saluto… tutto questo e molto altro fa parte dell’ultimo disco dei My Dying Bride, “The Dreadful Hours”, settimo capitolo del combo inglese. Otto lunghe canzoni per settanta minuti di emozioni. Emozioni: l’unica parola con cui può essere descritto il doom sognante ed ipnotico dei nostri, che ristabilisce in un colpo solo le distanze dai tanti cloni dell’ultima ora. Un viaggio tortuoso e pericoloso per raggiungere la sposa morente nel suo mondo incontaminato, fatto di alberi ingialliti e cieli sempre in penombra. L’apertura è affidata alla title track, pezzo che arriva direttamente dalla prima produzione del gruppo e perfetto nel rappresentare la calma apparente prima della tempesta. Ed è proprio un uragano quello che si scatena con “The Raven And The Rose”, song al limite del black, che anche nelle parti rallentate rimane spaventosamente veloce per lo standard del gruppo. L’urlo per tanto tempo tenuto soffocato che esplode all’improvviso, in un mal di vivere sincero e disincantato che cerca la strada della salvezza. Ma è solo un attimo, una mera illusione. Infatti, già dalla successiva “Le Figlie Della Tempesta” è nuovamente l’angoscia a farla da padrone, grazie ad un ossessivo giro di basso che lentamente fa desistere. Un brano teso all’inverosimile, con un Aaron più ispirato che mai. L’ultima luce di speranza che si spegne, la consapevolezza di aver perso anche l’ultimo appiglio. Si prosegue e su tutte si segnalano “A Cruel Taste Of Winter” e “The Deepest Of All Hearts”, in cui c’è più di un contrasto tra chitarre molto distorte ed un’inevitabile malinconia di fondo, rappresentata da un Aaron semplicemente da brividi, che per tutto l’album non disdegna nemmeno un ritorno molto rimarcato al growl degli inizi (che aveva fatto capitolino, in maniera minore, anche nell’ultimo “The Light At The End Of The World), tanto che in certe occasioni si ha l’impressione di trovarsi al cospetto di una band death metal melodico. La chiusura è affidata a “Return To The Beautiful”, rilettura di un brano del maestoso “As The Flower Whiters…” dove le tastiere sono bravissime ad entrare tra le trame delle chitarre per sostituirsi ai violini (oramai assenti da “39,788%…Complete”). E sono proprio le tastiere ed il pianoforte a farla da padrone per tutto il disco, rendendolo più attuale e spigliato, in contrapposizione alla ruvidità degli altri suoni. Ma la cosa veramente importante è che, dopo più di un’ora di ascolto, l’unica certezza che rimane è quella di voler premere nuovamente il tasto play. In definitiva, un grandissimo sfoggio di classe da parte di una band definitivamente pronta per il mondo. Speriamo solo che le ore oscure della sposa morente durino a lungo…
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Voto:
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