MY DYING BRIDE

"Songs Of Darkness, Words Of Light"

(Peaceville)

2004

1. The Wreckage of My Flesh
2. The Scarlet Garden
3. Catherine Blake
4. My Wine in Silence
5. The Prize of Beauty
6. The Blue Lotus
7. And My Fury Stands Ready
8. A Doomed Lover

Nella storia dei My Dying Bride non sempre tutto è andato liscio. Visto che i compagni di un tempo (tra gli altri Anathema e Paradise Lost) li avevano lasciati da soli, hanno provato la svolta 34.788% Complete…poiché però a quel punto a lasciarli soli sono stati i fans, l’hanno rinnegato, anzi peggio, hanno fatto finta di niente e rieccoli col vecchio logo tornare al growl, palese tentativo di dire al mondo qualcosa sulla falsariga di “Sappiamo fare solo una cosa, noi vi offriamo quella e voi ci accettate così”. Un patto del genere, lo dico con certezza, l’avrei firmato senza alcuna remora. Ed infatti ero tra quelli che, pur non disdegnando 34.788%, hanno gioito per il loro ritorno al passato iniziato con “The Light At The End Of The World”. Arrivato a questo punto però inizio a capire anche chi non ne può più di uscite i cui pezzi sembrano estratti da una sequenza random dei dischi precedenti, escluso ovviamente quello innominabile nel cui titolo c’è una percentuale (A volerlo proprio trovare, fa una comparsata in una canzone attraverso l’impostazione vocale di Aaron). Si, a volte qualche brano è mezzo quest’album e mezzo quello, ma appare evidente che i My Dying Bride sono ormai contorti su loro stessi e che questo non gli è più sufficiente per produrre capolavori. Continuano, forti del loro mestiere, a rimanere qualitativamente sopra la media, ma per la prima volta, complice una seconda parte del disco non tra le più ispirate, non riescono a mantenere sempre viva l’attenzione. E dire che i primi due pezzi sembravano preludere a qualcosa di molto importante, soprattutto l’opener “The Wreckage Of My Flesh”, con un inizio ed una fine quasi da rituale tribale che rimandavano a certi Neurosis di metà carriera, resi ancor più cupi dagli sguaiati vocalizzi di Aaron dalle parti del black metal, ed una fase centrale tipicamente MyDyingBride su ottimi livelli. Per il resto, sarà anche vero che quello che fanno lo sanno fare, ma si inizia a pagare una certa prevedibilità della proposta ed anche un calo d’ispirazione forse ancora non pesantissimo ma comunque evidente. Basti vedere “And My Fury Stands Ready”, pezzo in cui provano a fare uno di quei lunghi interludi che tanto abbiamo amato in “The Silent Enigma”, subendo però nel confronto una sconfitta nettissima. Senza la giusta continuità, non bastano trame musicali dolorose, testi decadenti e titoli da inguaribili tardo-romanticoni (per altro un po’ banali) come “The Scarlet Garden” e “A Doomed Lover” per emozionare. E in questo disco la continuità è latitante, visto che parecchie canzoni si dividono tra spunti entusiasmanti e parti piuttosto piatte, esemplare in questo senso è “The Prize Of Beauty”, con una nenia finale commovente alla conclusione di un brano assai incostante. Arrivati al termine, si dovrà ammettere che i My Dying Bride hanno fatto comunque un disco più che discreto, con quei due o tre pezzi molto belli ed il resto globalmente sufficiente. Ma l’album è davvero troppo altalenante, con un inizio al fulmicotone, nessun problema nella prima metà, il fiato grosso nella seconda parte fino a che la dolorosa processione dell’ultima traccia riesce a riportarlo in alto proprio prima della chiusura. Inizio e fine sono dunque gli unici momenti in cui gli inglesi hanno provato a sporcarsi le mani, riuscendo per altro ad ottenere ottimi risultati, e sono le due sole cose che fanno sperare in un futuro meno scontato ed abusato per Aaron e compagni. Insomma…un disco interlocutorio e controverso. L’unica cosa certa è che sigilla il passaggio (spero momentaneo) dei My Dying Bride tra quelle band che hanno assai poco da dire, ma continuano a dirlo piuttosto bene.


Reje

Voto: 7

www.mydyingbride.net