|
A questo punto possiamo dirlo senza remore: un nome, una garanzia. E la strada per arrivare a questo traguardo non è sempre stata in discesa, per i Napalm Death; un gruppo che vent’anni fa ha iniziato in maniera pionieristica (non mi va di tirare fuori la solita storia degli inventori del termine GrindCore e cazzi vari, ma forse sarebbe il caso), arrivando però nel cuore degli anni ’90 senza riuscire a trovare una dimensione adeguata, restando vittima delle proprie insicurezze (dischi come “Words From The Exit Wound” sono lì a farci da monito, così come la storia di Barney dentro, poi fuori, e poi di nuovo dentro). Col nuovo millennio inizia l’inversione di tendenza in grande stile, la parziale riscoperta di origini radicate nell’Hardcore/Punk ci ha regalato due ottimi dischi come “Enemy Of The Music Business” e “Order Of The Leech”, utili a mettere una pietra sopra un passato prossimo non troppo felice. Abbandonata definitivamente (e non troppo a caso) la formazione a due chitarre Shane Embury e soci confezionano 45 minuti di assalto GrindCore senza compromessi, perfettamente in linea con il corso intrapreso da qualche anno a questa parte: sfuriate dischargiane, momenti di respiro (non troppo frequenti, a dir la verità), testi di critica sociale e anche qualche interessante novità. Ci riferiamo nel dettaglio alle ospitate illustri in qualità di guest vocalist di Jeff Walker, Jello Biafra e Jamey Jasta, nonché alla presenza in chiusura di album di un pezzo lento ed ossessivo come “Morale”, che lo stesso Barney Greenway ha definito -non a torto- come parzialmente influenzato dagli Swans. “The Code Is Red, Long Live The Code” rappresenta dunque l’ennesimo passo di un percorso all’insegna della coerenza, una conferma sulla quale in verità nutrivamo ben pochi dubbi.
Tony Aramini
Voto:
8
|