NINE INCH NAILS

"And All That Could Have Been"

(Nothing/Interscope)

2002

1. Terrible Lie
2. Sin
3. March Of The Pigs
4. Piggy
5. The Frail
6. The Wretched
7. Gave Up
8. The Great Below
9. The Mark Has Been Made Wish
10. Suck
11. Closer
12. Head Like A Hole
13. The Day The World Went Away
14. Starfuckers Inc.
15. Hurt

Ci sono persone inclassificabili, con in mente solo ed esclusivamente il loro immobile obiettivo. Trent Reznor si è dimostrato artista in grado di tracciare il sentiero per moltissime band, incapace di non sfruttare il genio che madre natura gli ha messo a disposizione, mutando a piacimento tutti i confini della musica elettronica e traendo dal dolore un delicato equilibrio, in cui l’ innocente poesia di un fanciullo si unisce alla rabbia suprema di qualche corpo straziato. Dopo una serie di album regalati ai posteri, che gli hanno consentito di conquistare il mondo con una proposta di base tutt’altro che accessibile, è il momento della prova live. Per l’occasione, il buon Trent ha vestito di nuovo (smontandole e riassemblandole in altre mutevoli forme) quindici sue creature (più la cover di “Suck” dei Pigface), plasmate in tempi diversi dalla sua mente ed ora riadattate al nuovo impegno, che privilegia le canzoni del monumentale “The Fragile”, ma lascia ampio spazio ad un passato che, idealmente, traccia l’inconfondibile matrice aliena costruita dalla band in più di dieci anni di attività. Il suono è molto pulito ed il coinvolgimento totale, tanto che ci vuol poco a trovarsi in mezzo alla folla, urlando uno dei tanti inni qui racchiusi. Il gruppo gira alla grande e, uno dopo l’altro, se ne vanno tutti i gioiellini della raccolta, con la voce di Trent assolutamente perfetta nei sui momenti di rabbia, dolore, dolcezza, aggressività…avvolgente sempre e comunque. L’ inizio angoscioso di “Terribile Lie” e “Sin”, tratte dalla bibbia “Pretty Hate Machine”, preannunciano quello che sarà, mentre pian piano entrano strisciando “March Of The Pigs” e la fottuta “Piggy”… Tra nevrosi e tensioni, non c’è un attimo di pausa, grazie ad una serie di hit da paura, che pochissime band possono permettersi di mostrare al pubblico senza alcuna vergogna e, per cui, molte altre ucciderebbero. Il disagio a volte mascherato dalla melodia ed altre ancora sparato in faccia senza rimorsi, come si stesse accarezzando per davvero la fine. Se esiste una via diretta nel abisso dell’oscurità, questa è la passeggiata preferita di Reznor, capace poi di riemergere con il carro pieno di pericolose sostanze manipolatrici e loop assassini. Probabilmente impariamo il vero senso della parola crossover: riff metallici, anima rock, melodie ballabili, delicata darkwave e scariche industriali che martellano i neuroni, il tutto sapientemente miscelato dall’istinto e reso appetibile ai più grazie alla immediata forza evocativa della mistura. Settantacinque minuti di sogni (incubi?) ed immagini e poi, di colpo, ci si trova immobili in mezzo alla folla, contemplando un uomo solo al centro del palco, con i brividi che accarezzano il sudore lungo la schiena, mentre le ipnotiche note del suicidio fatto canzone “Hurt” chiudono il cerchio… Per questa sera… Poi inserisci il secondo Cd nel lettore, e le immagini del mondo appena conosciuto non sono più familiari. Altro universo, nuove sorprendenti creature messe al mondo per l'occasione: quattro remix che cambiano repentinamente il cuore delle già suadenti vite, sfigurandole con maniacali beat fino a renderle irriconoscibili e cinque nuovi esemplari da rimandare al futuro. Un soave pianoforte fuori dall'incontrollabile rumore, con frammenti digitali a spezzare l'aria dilatata. Imperdibile...


David Scalet

Voto: Motherfuckers Live

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