NINE HORSES

"Snow Borne Sorrow"

(Samadhi Sound)

2005

1. Wonderful World
2. Darkest Birds
3. The Banality Of Evil
4. Atom and Cell
5. A History Of Holes
6. Snow Borne Sorrow
7. The Day The Earth Stole Heaven
8. Serotonin
9. The Librarian

Nine Horses è il nome dietro il quale si cela una collaborazione fra David Sylvian, il fratello nonchè ex batterista dei Japan Steve Jansen e il compositore di musica elettronica Burnt Friedman. Il trio firma nove brani a cui partecipano in veste di esecutori altri collaboratori di vecchia data di Sylvian come Ryuichi Sakamoto, ma anche alcune "new entries" quali la cantante svedese Stina Nordenstam, il trombettista norvegese e membro dei Supersilent Arve Henriksen, il jazzista Theo Travis al flauto e sax.
Un progetto che vede tra i suoi ideatori David Sylvian non può che evocare quelli che da sempre sono i canoni caratteristici della sua poetica e della sua concezione musicale:raffinatezza, equilibrio, eleganza, sperimentazione, intimismo. E proprio queste prerogative non mancano certo ai brani di "Snow Borne Sorrow", che sotto molti aspetti sembra la naturale prosecuzione dei precedenti lavori a firma dell'ex leader dei Japan. Ma non è tutto: questo disco è permeato da una magia particolare che solo in alcuni momenti Sylvian era riuscito a creare in passato (penso ad alcuni episodi di "Dead Bees on A Cake", album a torto sottovalutato dalla critica, oltre che al capolavoro "Secrets of the Beehive"). Non credo di sbilanciarmi affermando che il trittico iniziale formato da "Wonderful World", "Darkest Birds", "The Banality Of Evil" sia una delle cose più ispirate mai partorite dall'artista. Ma di fatto tutti e nove i brani che compongono il disco sono dei piccoli gioielli chiaroscurali, in cui la voce vellutata di Sylvian, sempre in primissimo piano, suona più toccante che mai combinandosi armoniosamente con arrangiamenti ricercatissimi. Come di consueto una cura quasi maniacale contraddistingue i suoni: questi risultano perfettamente calibrati, ma senza mai creare un effetto di appiattimento: il loro ruolo non è quello di fare da tappeto alla voce di Sylvian ma di interagire con questa creando giochi a incastro naturali solo all'apparenza. La splendida voce con venature soul di Stina Nordenstam interviene a impreziosire ulteriormente diversi episodi. L'elettronica c'è ma non è mai invadente: le tastiere sobrie e delicate di Sakamoto si combinano con grazia con i suoni analogici; il basso, gli archi e le suggestioni jazz dei fiati contribuiscono a creare un suono che non è mai stato così caldo e avvolgente.Ma questo disco suona anche inquietante, a tratti cupo, sempre malinconico: anche quella di giocare con luci e ombre è sempre stata un'abilità indiscussa di Sylvian, maestro nel creare atmosfere crepuscolari. Un disco che sembra essere stato composto in uno stato di grazia, la colonna sonora ideale per l'inverno, da cui farsi accompagnate fino al disgelo. "Soft as snow but warm inside", dicevano i My Bloody Valentine, e la citazione non potrebbe essere più appropriata per definire in poche parole l'essenza di questo disco. Incantevole.


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Voto: 8

www.davidsylvian.com