ORANGE GOBLIN

"Thieving From The House Of God"

(Rise Above/Music Cartel)

2004

1. Some You Win Some You Lose
2. 1 Room 1 Axe 1 Outcome
3. Hard Luck
4. Black Egg
5. You're Not The One
6. If It Ain't Broke Break It
7. Lazy Mary
8. Round Up The Horses
9. Tosh Lines
10. Just Got Paid
11. Crown Of Locusts

A due anni di distanza dal massiccio “Coup de Grace”, gli Orange Goblin si ripresentano ai nostri timpani con un album nuovo di zecca, pronto anche stavolta, a non fare prigionieri! Come uno sciame di cavallette, i quattro musicisti Ben Ward, Joe Hoari, Martyn Millard e Chris Turner, orfani del membro fondatore Pete O'Mally (intento nella carriera solista), si ripresentano sulle nostre terre con la pretesa di distruggere, razziare e sconvolgere, tutto ciò che si parerà loro davanti. E la portata di questo nuovo “Thieving from the House of God” sembra dargli ragione. 11 tracce violente, tirate, che se da una parte riportano gli OG alle sonorità rock-improvvisative degli esordi, dall’altra non trascurano di portare avanti il discorso sulla granaticità del suono esplorata negli ultimi lavori. Un album che riporta agli esordi del genere, riesplorando tutte le derive che il rock’n’roll ha saputo produrre durante questi dieci anni di riscoperta operata da gruppi come Kyuss, Fu Manchu, Monster Magnet e ovviamente gli Orange Goblin stessi. Un album che sa miscelare sapientemente il blues, lo psych-rock e lo stoner, ma che strizza anche l’occhiolino al doom, al southern, allo sludge e a tutto ciò che di più sporco e polveroso si può trovare in giro di questi tempi. Un inno alla vita “on the road” insomma, per dirla alla Jack Kerouak, ad una esistenza trascorsa su di un chopper trasportando carichi di droga alla “Easy Rider”, ai tradizionali cappelloni da cowboy, baffoni e boccali di birra. E come le moto ipoteticamente cavalcate dai nostri OG, anche questo disco sembra un 2 cilindri, senza scatto, ma con una potenza che sa uscire alla lunga distanza. Disco che non si lascia apprezzare subito, appare ostile, come una confederazione dove il rito di iniziazione è il più grande ostacolo che si para davanti al suo ingresso. Un rito che in questo caso, si consuma con ore e ore di ascolto ai massimi volumi consentiti (dal vicinato, soprattutto!). Cosi brani del calibro dell’opener “Some You Win, Some You Lose”, o “If It ain’t Broke, Break It” e “Hard Luck”, invece di affidarsi a ritornelli cantabilissimi e melodie scontate, cerca nei riff hard rock e nel sudore versato cercando il feeling giusto, la sua formula vincente. “One Room, One Axe, One Outcome” è un’inno al southern rock vecchia scuola e “You’re Not The One (Who Can save Rock n’Roll)” sembra sgorgare direttamente dagli ampli dei Ram Jam. Rock bianco che si fonde indissolubilmente con le sonorità blues nere, non a caso “Black Egg”, alterna alla caustica voce di Ward, una suadente voce femminile soul. “Lazy Mary” e “Just Got Paid” (originariamente degli ZZ Top) fanno saltare tutti in piedi, infondono una vitalità capace di farti ballare tutta la notte, mentre “Round Up The Horses” e “Crown Of Locusts” danno la stoccata vincente e ti mandano al tappeto, con il loro sludge-doom alla Down. Disco davvero entusiasmante, questo, che si muove tra mille sfumature; l’ennesima conferma da una band che da anni ci regala perle di ottima musica e che meritatamente cavalca l’onda del successo (non certo quello dicografico delle pop-rock-star Strokes e The Vines, ma noi preferiamo così!).


Matthew Hopkins

Voto: 7,5

www.orangegoblin.com