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Il primo impatto con i Paatos è quantomeno spiazzante: sembrano saltare fuori letteralmente dal nulla, ma pare improbabile che un giovane gruppo svedese possa essere in grado di partorire all’esordio un lavoro così intelligente e maturo. E infatti con poche indagini scopriamo che in realtà nascono dalle ceneri di due gruppi di Stoccolma con parecchi anni di gavetta sulle spalle (Landberk e Agg), e che oltre a “Kallocain” esiste anche un oscuro debut datato 2002 ed uscito solo all’interno dei patri confini. Se per produrli si è scomodato addirittura Steve Wilson (Porcupine Tree), vorrà dire che del talento c’è. O forse, per quelli in malafede, vorrà dire che probabilmente è stato ben pagato. A chiarire ogni dubbio ci pensano le nove tracce di questo disco, talmente convincenti che alla fine se ne vorrebbe ancora. Musicalmente si attinge da fonti innumerevoli e diversissime, a partire da suggestioni post-rock fino ad arrivare ovviamente al rock progressivo, presenza inevitabile visto il lavoro dietro la consolle di Wilson, le cui ossessioni pinkfloydiane pure vengono a galla per andare a nozze con una vena psichedelica dilatata il giusto. Inoltre in più di un’occasione la musica di Paatos si apre al TripHop, con la vocalist Petronella Nettermalm fin troppo a suo agio nel ruolo novella Beth Gibbons, per un risultato globale non troppo distante dalle ultime cose griffate 3rd And The Mortal. Il tutto portato avanti con un lavoro di sintesi praticamente perfetto, che riesce a rendere oltremodo fluido ed organico un puzzle d’influenze parecchio frazionato. Poco altro da aggiungere: una delle migliori uscite dell’anno, scusate se è poco.
Tony Aramini
Voto:
8
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