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Un disco semplice, diretto, con pochissimi fronzoli, e senza alcuna pretesa di entrare nella storia o di inventare qualcosa. Esattamente quello che dovrebbe essere un progetto parallelo del leader di una delle bands più influenti del panorama estremo europeo. Peter Tagtgren, cantante degli Hypocrisy e padrone degli Abyss Studios, ha dimostrato un’apertura mentale veramente rara negli ambienti più estremi nel mettere su i suoi Pain, band che farà storcere la bocca ai deathsters e blacksters più incalliti, ancor più con questo disco, in cui non solo non si ha la minima traccia di alcun elemento death, ma la stessa componente metal non è poi così accentuata. Sono più volte stati descritti come un punto di incontro tra Rammstein e Kovenant questi Pain, che però mancano in questo disco della pesantezza dei riff granitici dei primi e della veloce caoticità dei secondi: le canzoni sono incentrate su melodie di tastiera o di chitarra e su linee vocali molto catchy e trascinanti. Il lavoro come detto è semplice, le canzoni lineari, ma il tutto è ottimamente prodotto e molto curato: nessun particolare è lasciato al caso; le tastiere, a tratti in primo piano a tratti contorno che crea la giusta misteriosa atmosfera, sono scelte con minuzia e attenzione. La voce è spesso filtrata in modo tale da risultare pulita e calda in diversi passaggi, estremamente aggressiva (senza mai sfociare nel growl degli Hypocrisy) e potente in altri. Chitarre che accompagnano con accordi pesanti e sezione ritmica precisa e semplice completano il quadro. Come spesso accade si parte col botto, le prime canzoni del disco sono i migliori episodi, poi si va un po’ in stanca, l’aggressività e la velocità si placano, ma il lavoro si mantiene comunque su binari di elevata qualità.
Marco Mazzetti
Voto:
7
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