PARADISE LOST

"Symbol Of Life"

(Gun)

2003

1. Isolate
2. Erased
3. Two Worlds
4. Pray Nightfall
5. Primal
6. Mystify
7. Perfect Mask
8. Nocelebration
9. Self-Obsessed
10. Symbol Of Life
11. Channel For The Pain
12. Xavier (Bonus Track)
13. Smalltown Boy (Bonus Track)

I Paradise Lost sono state una delle poche bands ad aver costantemente saputo mantenere la fiducia in loro riposta dal sottoscritto. Lo hanno fatto con una serie di album atti a consacrarli come una delle più entusiasmanti evoluzioni (con la E maiuscola) del rock anni ’90, dal Gothic Metal di “Icon” e “Draconian Times”, passando per la malinconia di “One Second” (il migliore secondo chi scrive), primo spiraglio verso sonorità più raffinate, fino ad “Host”, piccolo gioiellino di Dark-wave elettronica. L’evoluzione tuttavia ha subito un brusco rallentamento con il precedente “Believe In Nothing”, album piuttosto insipido per i loro consueti canoni, che ho volutamente bollato come “incidente di percorso”, sperando in una loro netta ripresa. Converrete dunque che nutrivo parecchie aspettative in questo “Symbol Of Life”, aspettative tuttavia ampiamente deluse. E non perché il disco sia brutto in sé, badate bene. Con quest’album la band inglese conferma un’incapacità di trovare nuove vie da percorrere probabilmente divenuta cronica, stante le sonorità delle tracce qui presenti. Autocelebrazione pura e semplice, ecco in poche parole di cosa si tratta. Si tratta di una summa di quanto proposto dai nostri a partire da “Draconian Times”. Questo vuol dire ritmiche quadrate e metalliche, malinconia ed elettronica in quantità sufficiente. Ciliegina sulla torta la prestazione vocale di Nick Holmes, la cui voce in diversi tratti del disco lascia il fantastico registro pulito a cui ci siamo abituati da “One Second” in poi, per tornare cattiva e, concedeteci il termine, “sgraziata” come ai tempi del “Draconian Times”. Premesso questo ci tocca provare a prendere confidenza con le nuove composizioni. I pezzi, pur presentandosi con sonorità abbastanza dure, non perdono di vista la struttura della rock song classica, provando dunque a mantenere ritornelli abbastanza orecchiabili. Oggettivamente non si tratta neanche di canzoni tanto malvagie, tuttavia non riesco a comprenderne a pieno il valore, soprattutto pensando che si tratta di un disco pubblicato nel 2003. “Isolate” è senz’altro l’episodio che più mi ha impressionato, fatto di pulsazioni elettroniche e chitarre incisive, suo punto di forza senz’altro il ritornello a presa rapida. Sulla stessa scia prova a collocarsi la successiva “Erased”, altro spunto di discreto interesse, prima che gli sbadigli inizino a prendere il sopravvento. Da qui in poi una lunga sequenza di pezzi prodotti bene, suonati meglio, ma composti pedestremente pescando a destra e a manca dai lavori precedenti. Il sapore di già sentito sicuramente è il loro più grosso handicap. “Nocelebration”, in cui Holmes sembra quello dei tempi migliori, risolleva un po’ le sorti del lavoro, ma francamente è troppo poco per rendere il disco appetibile. La versione digipack dell’album comprende inoltre due cover realizzate piuttosto bene, “Xavier” dei Dead Can Dance e “Smalltown Boy” dei Bronski Beat, ma la magia, va detto, è rimasta tutta nelle versioni originali. Sinceramente stento ancora a capire il significato di un disco come questo, è probabile che i Paradise Lost si siano adagiati credendo che il loro passato basti a farli campare di sola rendita. Tuttavia un’altra domanda mi sorge spontanea: arrivati a questo punto non sarebbe stato più dignitoso uscirsene con un Best Of ? L'utilità delle releases sarebbe stata pressocchè identica...


Tony Aramini

Voto: Involuzione Autocelebrativa

www.paradiselost.co.uk