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Sicuramente Peaches é un simbolo, in qualche maniera. D’altra parte questo non ci dovrebbe confondere più di tanto sul valore artistico della sua proposta, e comunque non molti si interessano a questo. Il punto fondamentale alla fine è mettersi nell’ordine delle idee di interpretare tramite i dischi di Merril Beth Nisker un certo tipo di fenomeno culturale o controculturale (sì, come no) del pop, la parte più scomoda di una serie di rivoluzioni pretestuose della musica in sé e della figura del "rocker" man mano che le infiltrazioni elettroniche e/o danzerecce si sono fatte più ingombranti, tipo l'epoca della santificazione dei Prodigy e l'ovvio successivo squallore in cui tutto è caduto per pura e semplice mancanza di argomenti, andando a parare in quell'aborto che qualcuno chiama (confondendo pure un po' i termini) "Electroclash" e a personaggi come appunto Peaches o che so, Chicks On Speed e beccamorti pure peggiori. Non che sia colpa di Peaches, ma la signora è stata particolarmente arrogante ed efficace nel cavalcare l’onda; e dopo un paio di verbosi trattati sull’essere la quintessenza del ‘rock’ con un pugno di canzoni realizzate a cazzo con un Reason qualsiasi, Impeach My Bush diventa il disco della maturità. Vale a dire che si permette pure di perdere quel broncio bambinesco da dea del punk malfatto e si reinventa come disco di standard del post-funk non-urlato e supergroovy in una maniera non dissimile da come l’ultimo aborto a firma Yeah Yeah Yeahs rifiuta del tutto il rumore in favore della coolness. Qui come lì non si esce, il disco non si ascolta. E sul genere preferisco una Britney qualsiasi, che come produzione i dischi tuonano, si veste più provocante, gioca a fare la lolita e suppongo che a succhiare il cazzo sia pure più brava.
Kekko
Voto:
2.0
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