QUEENS OF THE STONE AGE

"Lullabies To Paralyze"

(Interscope)

2005

1. This Lullaby
2. Medication
3. Everybody Knows That You Are Insane
4. Tangled Up In Plaid
5. Burn The Witch
6. In My Head
7. Little Sister
8. I Never Came
9. Someone's In The Wolf
10. The Blood Is Love
11. Skin On Skin
12. Broken Box
13. "You Got A Killer Scene There, Man..."
14. Long Slow Goodbye
15. Like A Drug (Bonus Track)

L’unico Homme sceglie di ripartire da zero. La soluzione migliore, a mio avviso. Perchè spingersi più in là di Songs For The Deaf era praticamente impossibile. Impossibile poichè l'evoluzione stilistica, cominciata anni or sono con i Kyuss, e culminata col disco del 2002 targato QOTSA, aveva portato lo stoner a livelli altissimi: aridità desertica, intrecci psichedelici, furia omicida mista a quiete solitaria, arrangiamenti e suoni spettacolari e originalissimi. Era giusto quindi che il roscio cantante/chitarrista, unico superstite della formazione originaria, non tentasse di bissare il successo del disco precedente, rischiando di partorire un clone mal riuscito, puntando invece a realizzare un album nuovo e assolutamente personale, pregno dei SUOI sentimenti. E ci riesce assai bene, Josh, componendo 15 canzoni, dense, malinconiche, dark, davvero impressionanti. Ma andiamo con ordine. Lullabies to paralyze è un disco che parte subito alla grande (anche se l'intro "This Lullaby" è un duetto chitatta folk e voce dall'oltretomba di Lanegan che mette i brividi per intensità): "Medication" è il brano punk del disco, senza compromessi, scarno e diretto, assolutamente efficace, senza fronzoli, suonato a 3; l'unico assieme "Little Sister". Eh, si, perchè il bello di questo disco sta anche nel fatto che, a mò delle Desert Session, ogni canzone presenta ospiti e formazione assolutamente inedita...ma torneremo più avanti sull'argomento. Si continua con "Everybody Knows That's You're Insane", che si divincola tra lentezza desertica ed esplosioni elettriche, mentre "Tangled Up In Plaid", davvero stralunata, ci ricorda che Homme nel cambiamento, non ha assolutamente rinunciato a rivendicare le sonorità che lo hanno reso celebre. La stessa "In My Head" ricorda molto da vicino alcune composizioni di Rated R, e non possiamo che compiacercene, perché per quanto siano graditi i cambiamenti, è sempre bello ricevere delle certezze dai nostri artisti preferiti. Una sorta di prima sezione del disco si conclude con il singolo varato dalle emittenti di tutto il mondo, "Little Sister" (che, come regola vuole, occupa la settima posizione). Una prima parte che ha visto il trionfo dunque, di momenti più violenti, esplosivi e allucinati. Riprova ne è il fatto che "In My Head", brano ripescato dalle Desert Sessions viene qui riproposta in una versione assolutamente più cattiva. Inoltre unico ospite di rilievo in questi primi 7 brani sarà Billy Gibbons, comparsata di un grandissimo del rock'n'roll più sudista che tuttavia cozza contro la volontà di ridurre al minimo le presenze, verso una scarnificazione del sound. La seconda parte del disco vedrà al contrario, l'emergere di sonorità più intime, diaboliche e malate. L'incipit sarà "I never came", quasi un estratto dai Pearl Jam più tristi e malinconici. Ma il cuore dell'album è celato nella seguente "Someone’s in the wolf": 7 minuti di incastri sofferenti di armonie, che si sovrappongono e ritorcono su di loro, creando un senso di angoscia, una situazione dalla quale sembra impossibile uscire, e nella quale finiremo per perire, come l'agnello protagonista del video, sotto le grinfie dei lupi famelici. Ospite d'eccezione, Chris Goss - The Wolf! E si prosegue senza sosta con la circense (nell'intro) "The blood is love", per poi passare ad ascoltare l'elettronica "Skin on skin" e la particolarissima e sensuale "“You got a killer scene there, man...”" nella quale si fa il pieno di ospiti: Brody Dalle, Shirley Manson, Chris Goss... Alla fine, un disco che forse non ci aspettavamo di sentire da Josh, che ci aveva sapientemente instradati, lungo la sua discografia, verso un progressivo sviluppo stilistico, ma che ora svolta radicalmente. Complicato e coraggioso quindi, ma probabilmente proprio per questo più degno di interesse. Un disco che proprio per il suo essere non esplicitamente diretto, ma più introspettivo, crescerà durante gli ascolti. Un album per orecchie pazienti, ma anche per chi ha amato Rated R, i cui richiami su Lullabies... non mancano assolutamente!


Matthew Hopkins

Voto: 8+

www.qotsa.com