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Terzo full-lenght per i russi Rakoth. Dopo due album capaci di unire folk e metal estremo debitore al black con buoni risultati, cambiano completamente le carte in tavola e tirano fuori il loro lavoro più maturo e raffinato. Dei vecchi Rakoth è rimasto decisamente poco, cosa assai gradita è scoprire che i nuovi non solo sono qualitativamente superiori, ma anche assai più personali. Se la componente folk sembra essere l’unica cosa che questo album eredita dai precedenti (decisamente suggestive alcune linee di flauto) le vere novità sono gli accenni (anche qualcosa di più) al folk progressivo di band come i nostri Dunwich o i Jethro Tull fuse davvero bene con sonorità che possono rimandare agli ultimi Arcturus/Ulver meno cervellotici. E se questo non vi basta, non mancano efficaci inserti di piano, sprazzi modernisti con loop elettronici (scelta azzeccata solo in parte) e qualche reminescenza del loro passato metal ed il tutto comunque non solo funziona, ma risulta decisamente accattivante. L’alchimia tra semplici (ma ottimi) passaggi folk, una certa inquietudine di fondo e qualche spunto ai confini dell’avantgarde è la cosa migliore dell’album, e lo rende nettamente superiore alla media. Un vero peccato quei cali di tensione che separano questo ottimo album dalla possibilità di essere ricordato tra i migliori dischi dell’anno, i loop elettronici in particolare sembrano a volte davvero fortemente fuori contesto, ma indubbiamente alla fine il disco è molto valido. Tutto sommato, una gran bella sorpresa.
Reje
Voto:
7 e 12
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