RED SPAROWES

"Every Red Heart Shines Toward The Red Sun"

(Neurot)

2006

1. The great leap forward poured down upon us one day like a mighty storm, suddenly and furiously blinding our senses.
2. We stood transfixed in blank devotion as our leader spoke to us,looking down on our mute faces with a great, raging, and unseeing eye.
3. Like the howling glory of the darkest winds, this voice was thunderous and the words holy, tangling their way around our hearts and clutching our innocent awe.
4. A message of avarice rained down and carried us away into false dreams of endless riches.
5. "Annihilate the sparrow, that stealer of seed, and our harvests will abound; we will watch our wealth flood in."
6. And by our own hand did every last bird lie silent in their puddles, the air barren of song as the clouds drifted away.
7. For killing their greatest enemy, the locusts noisily thanked us and turned their jaws toward our crops, swallowing our greed whole.
8. Millions starved and we became skinnier and skinnier, while our leaders became fatter and fatter.
9. Finally, as that blazing sun shone down upon us, did we know that true enemy was the voice of blind idolatry; and only then did we begin to think for ourselves.

Se l’esordio del collettivo Red Sparowes nel 2005 era stato salutato pressoché all’unanimità come un disco che, pur non aggiungendo nulla a un genere le cui potenzialità sembravano esaurite da tempo, lo faceva con una classe difficile da passare inosservata rivelandosi un lavoro decisamente pregevole, torna ora a riproporsi con il secondo full-length della band l’interrogativo circa l’utilità e il senso di suonare post-rock nel 2006. Per “Every Red Heart Shines Toward The Red Sun” – alla cui realizzazione hanno preso parte, oltre ai membri originali Cliff Meyer (Isis), Greg Burns ( Halifax Pier) e Josh Graham (Battle Of Mice), anche il batterista Dave Clifford e il chitarrista Andy Arahood ( ex Angel Hair)- l’impressione è fin dal primo momento quella che il supergruppo, ben consapevole dei propri mezzi, abbia fatto proprio il motto “vivere di rendita” e abbia innestato il pilota automatico. Il disco comincia esattamente dove il suo predecessore si concludeva, accentuando se possibile ulteriormente alcuni aspetti del suono della band. Ancor più astratto, dilatato e rarefatto di “At The Soundless Dawn”, ma al tempo stesso anche più verboso, ridondante, magniloquente, a partire dagli interminabili titoli dei brani -che rimandano al concept dell’album, ispirato al “grande passo in avanti”, il piano per la collettivizzazione dell’agricoltura cinese attuato da Mao Tse Tung nel 1958, e agli avvenimenti ad esso connessi-, il disco fa leva su elementi ben collaudati: melodie impalpabili, arpeggi intrecciati e delay come se piovesse adagiati su tappeti di basso pulsante, tastiere e batteria, distorsioni,qualche drone, crescendo e diminuendo. Non può non destare ammirazione la padronanza con la quale i musicisti (ri)mescolano gli ingredienti caratteristici della loro poetica, l’abilità con cui manipolano soluzioni melodiche allo scopo di creare atmosfere innegabilmente toccanti, la raffinatezza con la quale tutto sembra calibrarsi alla perfezione. Tuttavia, al di là di questo non sembra esserci molto altro: il disco rivela alla lunga la sua mancanza di coesione, dimostrandosi un flusso ininterrotto di variazioni sul tema dietro le quali manca un disegno preciso, e risultando privo della capacità di sintesi e della consistenza che possedeva il suo predecessore. Occorre precisare che ci troviamo in ogni caso di fronte a un disco ben sopra la media del genere, in grado di fare la differenza rispetto alla moltitudine di prodotti prescindibili che ancora riciclano una formula che ha fatto il suo tempo; se questo sia sufficiente a non farlo cadere nel dimenticatoio entro breve è un’altra questione.


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Voto: 6/7

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