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Uno dei più fastidiosi "crimini" della storia del rock è vedere Kari Rueslatten, a ben undici anni di distanza dall’ottimo “Tears Laid In Earth”, ancora semplicemente ricordata in qualità di ’ex cantante dei 3rd And The Mortal’ (o, tutt’al più, per aver partecipato al sovrumano “Nordavind” targato Storm), nonostante sia in realtà autrice di una carriera solista di tutto rispetto che dovrebbe permetterle di poter splendere di luce propria. Messe da parte certe tentazioni Folk della prima ora, la nostra non ha esitato a lanciarsi in un processo di costante evoluzione sfociato tre anni fa nel piccolo capolavoro a nome “Pilot”, in cui influenze riconducibili a cantautrici come Tori Amos, Kate Bush e Sarah McLachlan si univano a basi elettroniche minimali e suggestioni TripHop. In “Other People’s Stories” si registra un distacco nei confronti del lavoro precedente più che altro a livello concettuale, visto che fin dal titolo si respira un’aria meno introspettiva. Dal punto di vista musicale grossi stravolgimenti non se ne vedono, tutto il disco è interamente costruito attorno all’angelica voce di Kari, tant’è che spesso gli strumenti assurgono a labili elementi di sfondo, lasciando che siano una volta di più le parti vocali a rappresentare il fulcro delle composizioni. Da lodare inoltre un songwriting che, senza mai contrastare con le atmosfere generalmente pacate, riesce a passare con disinvoltura dalla sensibilità pop della title-track all’irrequieta “Push” (probabilmente il pezzo più ‘violento’ mai realizzato dalla Rueslatten solista) passando per la Portishead-iana “Dog Star”. Il voto non lievita ulteriormente solo perché rispetto a “Pilot” viene a mancare un elemento importante quale il fattore sorpresa, ma ciò non tragga in inganno: “Other People’s Stories” resta un disco di cui potreste seriamente innamorarvi.
Tony Aramini
Voto:
7 e 12
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