SIGUR ROS

"Von [Reissue]"

(One Little Indian)

2004

1. Sigur Ròs
2. Dögun
3. Hu´n Jörð
4. Leit Að Li´fi
5. Myrkur
6. 18 Seku´ndur Fyrir So´laruppra´s
7. Hafsso´l
8. Veröld Ny´ O´g O´ð
9. Von
10. Mistur
11. SyndirGuðs (Opinberun Frelsarans)
12. Rukrym

“Von” è l’album di debutto per uno dei quartetti post-rock\avantgarde di terzo millennio più osannati da critica e pubblico, Sigur Rós. Islandesi come il fascinoso folletto Björk ma dall’impronta artistica in assoluto differente, i Sigur Rós esordirono nel 1997 per la Smekkleysa Records, alias Bad Taste. “Von” non fu distribuito a scala d’esportazione (nonostante sia sempre stato ordinabile attraverso la diretta etichetta), per non azzardare passi falsi in vista di possibili fiaschi, ma dopo i prosperi “Ágætis Byrjun” (uscito in Islanda nel 1999 e nel resto d’Europa nel 2001) e “( )” (finalmente d’uscita unica internazionale, nel 2002), la One Little Indian (non solo compiacente di Björk, ma anche di Emiliana Torrini, Sugarcubes, Skunk Anansie, Twilight Singers, Matthew Ryan, Fluke, Nou e compagnia bella) ha avuto il lampo di genio di ristampare questo piccolo gioiello sepolto e liberarlo sul mercato internazionale nell’ottobre 2004, con particolare riguardo per l’America, seppur in tiratura fin troppo limitata per l’Europa. Per 9.36 £ risulta essere uno fra i più cari. I 73 minuti circa che muovono il disco non pretendono esercizi di stile per quanto riguarda la parte vocale: chi si sforza di capire che diavolo dica il cantante pacifichi il suo animo, perché si tratta di Hopelandic, una lingua inventata, diciamo una via di mezzo tra l’islandese ed il non-sense. Lingua alla quale restano fedeli lungo tutta la discografia e che andranno sviluppando con sempre più fluidità. Arduo accostare i due successori di Von a questo disco, un po’ per incongruenze ambientali, un po’ per naturale evoluzione timbrica. Ovvio ed inutile dedurre che con la conquista del successo il sound non sia diventato più digeribile e concettuale in termini di mainstream…ma è sempre commovente avvicinarsi ad un disco di debutto riuscendone a sentire tutto il profumo d’ingenuità o di imperfezione che emana (Ricordo che stiamo parlando di Sigur Rós, non di Immortal...e senza insinuare niente, per carità). A partire dalla prima “Sigur Rós” (tradotto victory rose) si intuisce che si ha a che fare con un mondo agli antipodi del convenzionale, un mondo inquietante ma non inquieto, tremendamente magnetico nella sua candida efferatezza sonora. Penetranti synth prog ci conducono attraverso lidi che brillano di una luce immersa nel silenzio e nell’oscurità, senza conflitto cromatico la musica completa le sensazioni dell’animo, senza chiedere, senza che chi ascolta non ne diventi vittima. Mi sorprende ricorrere tanto spesso alla parola “senza” quando questo lavoro mi invita a provarne l’esatto opposto. Perché lo sento completo, pulito, sincero, solido, giovane (stupendomi di aver usato per la prima volta questa parola estirpandole ogni valenza negativa). 18 secondi di silenzio (tributo a John Cage?) intervallano un primo e secondo atto gettando un’ombra di fatalità e di fascino teatrale sui confini del disco. Ma ancora più affascinante è lo scoprire come da un risvolto della sperimentazione i Sigur Rós abbiano plasmato atmosfere tanto oniriche quanto reali. “Hun Jorð”, terza traccia, è la prima canzone vagamente e forzatamente classificabile in quanto tale, seguita in potenza solo da “Myrkur”. Giusto perché figurano semplici percussioni, voce e chitarra dalla liscia individuazione. Ma non crediate che non sia deliziosamente anomala. Tutto quanto il disco è deliziosamente anomalo. Dalla struttura stessa delle tracce, senza inizio né fine ma solo uno strumento per cogliere un determinato “qualcosa”, una lente di ingrandimento su un fiore che distorce la realtà amplificandola e ripitturandola, alla ricerca sonora, morbida elettronica sposata ad una grandissima voce. “Rukrym” è nientemeno che una traccia al contrario, dal sapore vagamente Radiohead di Amnesiac ma già godente di un’autonomia stupefacente. Nel 1998 da Von è stato dato alla luce un pargolo, “Von Brigði”, un album di 10 remix per mano del gruppo stesso e di altri artisti quali Biogen, Gusgus, Plasmic, preziosissimi Múm eccetera, sempre per la Bad Taste. Peccato sia praticamente irreperibile. Tornando in conclusione a Von, per farsi breve, ottimo esordio per un ottimo gruppo. Caldamente consigliato.


Tiziana Brombin

Voto: 7 e 12

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