STATE RIVER WIDENING

"Cottonhead"

(Vertical Form/Wide)

2004

1. Crown
2. Touched
3. Cottonwood
4. Lowlands
5. Knifegrinder's Song
6. Desertesque
7. Cottonhead 1
8. Madder Hues
9. Unspinning
10. Cottonhead

Dopo l’esordio nel 1999 con un omonimo disco, il progetto dei londinesi SRW torna a farsi risentire, grazie al sudore di David Sheppard (polistrumentista, già negli Ellis Island Sound e The Wisdom Of Harry, nonché collaboratore ed amico di David Grubbs, attivi per registrazioni sulle orme di Brian Eno e Steve Reich), Keiron Phelan (anch’egli polistrumentista) e Jon Steele (alla batteria), che per l’occasione ingaggiano il percussionista Howard Monk (militante nei Billy Mahonie) e la suonatrice d’archi Pam Ribbeck La coppia Sheppard-Phelan è nota anche fuori dal contesto SRW, per esempio qualcuno li ricorderà con il disco post rock psichedelico “O, Little Stars” uscito nel 2002 sotto Rocket Girl/Wide. Una piccola cerchia di stacanovisti, insomma. Questo “Cottonhead”, per arrivare finalmente a parlare di cose più interessanti, propone brani senza inizio né fine, sistemati a puzzle attraverso cui ogni pezzo si lega con qualunque altro formando di volta in volta figure armoniche diverse ed armonicamente efficaci. Post-rock, dream-pop, elettro-folk…di tutto di più, ma dare una definizione ubicatrice per Cottonhead mi va per traverso. Nonostante questo non abbia i requisiti per essere definito un Grande disco, è ad ogni modo più che gradevole, oltre che molto valido sotto l’aspetto tecnico e piuttosto vario come sonorità. Facili le influenze di Tortoise, Papa M, Madrid, Gastr del Sol, e le affinità con Mice Parade, Boards Of Canada, Four Tet, The Books, fino agli Hood. Ma non si parli mai in termini di colpe, sia chiaro. Ciò che ne risente, più che altro, è la personalità del lavoro in generale che viene a mancare, in modo particolare dopo diversi ascolti. 43 minuti di buona musica strumentale per il 99% (il 2% è costituito dai piccoli vocalizzi di “Lowlands” , ai quali risponde una nostalgica tromba in un’atmosfera tutta fluviale, troncata solo sul finale da un ritorno interferenziato), dai colori preponderatamente settembrini e anti-metropolitani. Bellissima apertura del disco, “Crown”, in cui piano, chitarra acustica ed archi si sposano con grande spontaneità, ed alla quale seguono brani finalmente diversi l’uno dall’altro, tutto un susseguirsi d’infiniti arpeggi, di soffici percussioni e di scintillanti pizzichi che sprigionano un fascino magnetico e gioviale.


Tiziana Brombin

Voto: 6/7

srw.free.fr