STING

"Songs From The Labyrinth"

(Deutsche Grammophon)

2006

1. Walsingham
2. Can She Excuse My Wrongs
3. Ryght Honorable
4. Fow My Tears (Lachrimae)
5. Have You Seen The Bright Lily Grow
6. Then In Time Passing On Mr Johnson Died
7. The Most High and Mighty Christianus the Fourth, King of Denmark
8. The Lowest Trees Have Tops
9. And Accordinge As I Desired Ther Cam A Letter
10. Fine Knacks For Ladies
11. From thenc I went to the Landgrave of Hessen
12. Fantasy
13. Come, Heavy Sleep
14. Forlorn Hope Fancy
15. And from thence I had great desire to see Italy
16. Come Again
17. Wilt thou unkind thus reave me
18. After my departure I caled to mynde our conference
19. Weep you no more, sad fountains
20. My Lord Willoughby's Welcome Home
21. Clear or cloudy
22. Men say that the Kinge of Spain is making gret preparation
23. In darkness let me dwell

Partiamo da questo: Sting non è l’ultimo dei fessi. Come musicista nasce dal jazz ed è qualcosa di più che un onesto mestierante. La sua carriera post-Police riesce a tenerlo a galla tra il discreto ed il buono fino a “Ten Summoner’s Tales” (1993), dopodichè non ne imbecca più una neanche per sbaglio: un disco più aberrante dell’altro, dallo spento "Mercury Falling” al connubio con la world music da Peter Gabriel in versione mercatino delle pulci di “Brand New Day” fino a quel mezzo crimine contro l’umanità che fu “Sacred Love”, con tanto di featuring Mary J Blige. Pochi consensi di pubblico (tolto il singolo “Desert Rose” del ’99), un autentico (e giustificato) massacro da parte della critica: Sting è ormai bollito, la sua carriera pare priva di sbocchi. Un giorno però qualcuno ha l’idea (malaugurata?) di regalargli un liuto, presente che spinge il pungiglione nientemeno che a dedicare un intero disco al suddetto strumento musicale: nasce così “Songs From The Labyrinth”, che raccoglie una selezione di pezzi per voce e liuto (suonato principalmente da Edin Karamazov) tratti dal repertorio di John Dowland, compositore inglese vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. E sarà vero che Sting non è l’ultimo dei fessi, ma probabilmente non è neanche sufficientemente smaliziato per passare senza sbavature da un disco in collaborazione con una bagascia hip-hop ad uno in versione menestrello rinascimentale, dunque il risultato finale suona un po’ come il classico passo più lungo della gamba. Ineccepibile il lavoro del liuto, ciò che non sempre convince semmai è proprio la voce di Sting, che talvolta sembra decisamente fuori contesto; sicuramente intrigante la scelta di affidarsi ad innumerevoli strati di sovraincisioni vocali anziché ad un vero coro, ma anche in questo caso i frutti sono incostanti (vale comunque la pena segnalare “Fine Knacks For Ladies”, probabilmente il brano dove la suddetta tecnica è sfruttata maggiormente). Migliori episodi senz’altro quelli più semplici, mentre è quando si sconfina in territori più elaborati che vengono a galla i limiti dell’operazione. Per quanto pretenzioso, “Songs From The Labyrinth”, resta un’opera riuscita a metà: assai lontana dalla perfezione, si lascia comunque apprezzare per la rinnovata voglia di uscire dal seminato di un artista dal quale ormai non ci si aspettava più nulla.


Tony Aramini

Voto: s.v.

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