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Esistono dischi la cui importanza riesce a ridisegnare e ridefinire i confini ed i canoni di un determinato genere. Ne esistono altri invece, capaci di assegnare un significato completamente nuovo ad aggettivi solitamente usati per descrivere ciò che in un disco è contenuto. Se da oggi in poi in un qualunque dizionario, alla voce “Minimale”, troverete scritto “Blemish”, beh, non meravigliatevi. Proprio con "Blemish" David Sylvian torna in pista con una sua etichetta personale (Samadhisound), finalmente autorizzato a dar libero sfogo alla sua verve artistica, che sarebbe comunque riduttivo definire semplicemente “minimale”, benché qui tutto qui sia davvero ridotto all’osso. La canzone perde ogni sua forma convenzionale, si dilata, si riduce, si rivolta su se stessa sotto la sapiente guida del genio musicale di David. Il suo caldo e caratteristico timbro vocale è il denominatore comune alle otto tracce di questo lavoro, sempre al centro dell’attenzione, ora accompagnato dai suoni di synth rarefatti all’estremo, ora da chitarre quasi dissonanti (courtesy dell’ospite Derek Bailey), ora dal semi-silenzio. Le atmosfere sono perennemente eteree, nervose talvolta. La Title-track è un trip psichedelico di 13 minuti che ben rappresenta la direzione musicale intrapresa: una voce bassa, ma talmente ipnotica da far apparire i suoni che la circondano (in questo caso distorsioni elettroniche, la chitarra acustica invece in "The Good Son") come elementi di sfondo labili e lontani. Il resto continua a muoversi su queste coordinate (unica eccezione forse la conclusiva “A fire in the forest”, l’unica vagamente legata al classico schema della ballata cantautoriale, sebbene calata nel contesto del disco), rivelando progressivamente piacevoli sfumature che rendono ottimo un disco già buono. E ad ogni nuovo ascolto sarà bellissimo scoprire questo o quel particolare che non avevamo ancora colto. Tesi e antitesi, così scarno ed allo stesso tempo ricco di sfaccettature.
Tony Aramini
Voto:
8 e 12
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