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Cover
che più azzeccata non si poteva, un’overdose di miele cibernetico che
cola e cola a picco come la dignità di un uomo innamorato. A curare l’artwork
è stato Francesco Clemente, e se questo nome vi fa venire in mente il
bizzarro dipinto datato 1978 che porta lo stesso nome del disco, sappiate
che non è un caso, e che si tratta della stessa persona. Si può parlare
di transavanguardia sia per la sua tecnica che per questa musica in egual
maniera e per motivi assolutamente opposti, ma la prima cosa, quella più
forte da notare, è che in questo caso si ha a che fare con un certo tipo
di ambient che evoca, per una volta, un sentimento piuttosto che
un’immagine. Dove getta la sua ancora questo disco è proprio nei
sentimenti, nello spirito, senza intermediari, anzi è proprio la vena
elettronica a mascherarsi da sinovia. Sonorità ambigue e madide di un
certo savoir faire, tipico del trip-hop fatto come Dio comanda, frutto del
duo di New Orleans composto da Joshua Eustis e Charlie Cooper, reduci
della scena industriale, hardcore e punk statunitense. Questi due figlioli
dopo cinque anni di conservatorio si sono forgiati polistrumentisti, ma ad
avere la meglio nella loro produzione è rimasta l’elettronica, sin dal
loro album di debutto “Fahrenheit Fair Enough” (Hefty 2001).
Collaborazioni tutte scintillanti, quelle per il giovane gruppo: dai Nine
Inch Nails di Things Falling Apart (Nothing\Interscope 2000) a Eminem agli
A Perfect Circle di Emotive (Virgin 2004) le più recenti. Ad onorare il
sound del gruppo con la definizione “laptop soul” hanno contribuito
l’impronta latina di Damon Aaron (cantante y tastierista) e di Lindsay
Anderson (frontwoman, se si dice così, dei L’Altra), ossia artisti
dalle ottime capacità nonostante i pezzi migliori del disco rimangano a
mio avviso quelli strumentali, ovvero la minoranza. Il risultato di tante
esperienze non è troppo originale (impossibile non ricordarsi di
“quella certa canzone” degli Air, dei Massive Attack, di Felix Da
Housecat eccetera, e nemmeno negare le decise influenze di Autechre e
tutta l’elettronica “intelligente”), ma a suo modo speciale.
Promettentissima opening di “When It Happens It Moves All By Itself”,
la più breve perla strumentale di cui il disco vanta con un certo
priapismo, il cui ottimismo viene dilapidato impunemente con un alito
R&B alla Craig David nella successive “I Lied” (di David non si
parla, ma le donnine melliflue ne andranno matte), ma che torna in pista
con “Map Of What Is Effortless”, un elettro-ambient tutto spaziale
dalla latente claustrofobia. E prenota un posto in paradiso con "What
It Is Without The Hand That Wields It”. A sostenere la struggenza di
What It Was Will Never Again ci pensa la traccia di chiusura, At The Edge
of The World You Will Still Float, che per una volta, in quanto ultima,
non si propone come più strappalacrime e talvolta banale del disco, ma si
mantiene sul piano generale delle precedenti. Più lo si ascolta più ci
si sente attratti da ciò che questo lavoro propone e, se l’approccio è
diffidente, bisogna cercare di superare certi pregiudizi sonori. Per
concludere, una caduta a piede libero in un universo particolare ed
interessante, dal quale estraniarsi è difficile almeno quanto
l’accettarlo, di indubbio valore.
Tiziana
Brombin
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