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Il termine "telex" indica un sistema di telecomunicazione sviluppato a partire dagli anni '30 e largamente usato sino a fine secolo per le corrispondenze commerciale tra aziende, tramite apparecchi terminali chiamati telescriventi o, più semplicemente, telex. Il telex è ancora in uso, ma tra le aziende è ovviamente stato ormai sostituito da Internet.
Alla faccia di chi li dava per sciolti, anche i belgi Telex sono ancora in uso, spezzando inaspettatamente un silenzio che si prolungava dal 1986, escludendo i box/greatest hits/remix di "Belgium...One Point", "I Don't Like Music 1998" e "I Don't Like Remixes".
Tra i rari gruppi che vantano di essere ancora alla formazione originale (dal 1978!), Marc Moulin, Dan Lacksman e Michel Moers studiano per l'occasione un album che (finalmente) li slega dalla persecuzione di paragone in termini kraftwerkiani: del colosso teutonico non è rimasto pressochè niente, se non il fatto di aver reso il sintetizzatore il proprio mentore a vita, ma se qualcuno li ha amati è stato senza dubbio per l'inconfondibile stravaganza che ha da sempre caratterizzato ogni loro release (ed altrettanto artwork...). A cinque brani in repertorio già da tempo si accodano qui cinque cover di canzoni decisamente celebri: il riuscito singolo "On The Road Again" (Canned Heat) dal video in grafica nostalgicamente Commodore 64, "#1 Song In Heaven" (Sparks, coi quali firmarono anche strette collaborazioni in passato), "J'aime la vie" (con cui Sandra Kim vinse l'Eurovision nel 1986), un'imbarazzante "Jailhouse Rock" (Elvis Presley) e una strampalata "La Bamba" (Ritchie Valens, maybe?).
Il gusto della cover non si può dire di recente data: già sull'esordio "Looking For St. Tropez" (1978), nonchè come b-side del 12" di "Moskow Discow", spiccava la "Rock Around The Clock" di Bill Haley & The Comets; via via sino a questa undicesima pubblicazione che accogliamo con opinioni contrastanti: pochi sono, alla fine della fiera e lungi dal contesto discotecaro, i pezzi da salvare, e meno ancora quelli non-cover fatta esclusione per la titletrack (Cerrone e Moroder non hanno mai fatto cilecca, you know), a volte un po' tediosi e a volte un po' troppo autoironici, abbassando il livello del disco ad una compilation di suonerie polifoniche per un cellulare persino un po' datato. A detta loro sarà pur vero che "se 20 anni fa si avevano i computers nello studio, adesso si hanno gli studio nei computers", ma nessuna evoluzione dal sound 70s-80s che li aveva resi grandi rischia ora di farli scivolare in una pericolosa e monotona stagionatura, con tutto quel che ci sta in mezzo. Eppure, dopo tanti anni, i Telex possono ancora vantarsi d'essere dei tamarrissimi maestri nel mondo del synth-pop. Com'è 'sta storia?
Tiziana Brombin
Voto:
6+
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