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I The End appartengono allo Zoo delle bestie ibride che sventolano il vessillo metallaro del nuovo millennio, costantemente sotto gli occhi speranzosi di tutti coloro che hanno scommesso sui semi piantati nel corso di un decennio da un consistente numero di rumorose cantine in giro per il mondo. Sto parlando del fenomeno di agglomerazione sonora che promette da troppo tempo di svelare la strada verso il capolavoro assoluto in musica estrema. Ce n'è per tutti i gusti, dal Jazz al Noise. Il rischio numero uno di un gruppo del genere è di indulgere alla tendenza pressapochista dello scrivere canzoni a caso; in secondo luogo, il problema è che spesso finiscono per esaurire tutto ciò che hanno da dire nel corso di un album o delle prime 5 tracce dello stesso; ma non è questo il caso dei The End, che evitano abilmente anche il primo punto riducendo all'osso gli psicoticismi struttirali in favore di un song writing più ortodosso della media e relativamente lineare. Contribuiscono a ciò una serie di iniezioni metalliche a base di Morbid Angel, Nevermore, Cryptopsy e altre band dal riffing denso, intricato, tecnico e dai colori lividi, le cui influenze si percepiscono qua e là. Nonostante questo il gruppo mantiene sempre una propria individualità, bilanciando i vari elementi della miscela e conferendo a ciascuno di essi il giusto spazio, pur lasciando in primissimo piano l'hardcore di nuovissima scuola teorizzato in tempi recenti dai Dillinger Escape Plan, ed esplorato anche dagli ottimi Ephel Duath, di cui (udite udite) "Dear Martyr" in particolare ci offre un fulmineo Deja-Vu. Questa volta, dunque, il misto fritto è decisamente riuscito, assortito ma mai alla rinfusa, capace di far male e di dare l'illusione di effimeri armistizi atmosferici con il solo scopo di colpire ancora più duro, alle spalle. Troppo ferocemente istintivo per essere Metal, moderatamente inquietante, abbastanza familiare da non farci gridare al miracolo e sufficientemente assortito per scavarsi una piccola nicchia all'interno di un genere di nicchia già di suo. E, soprattutto, veloce, pesante, acido e ad alto volume, il che a volte è proprio quello che cerchiamo in un disco.
Emanuele "Maraska"
Voto:
7
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