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Abbandonate
le sonorità death/thrash delle primissime produzioni, i Therion erano
approdati, con album come Theli e Vovin, ad una visione e concezione della
composizione musicale assai sperimentale e non convenzionale rispetto ad
altre band a loro accomunabili. Non che non vi fossero gruppi, soprattutto
europei, che ricercassero nella musica sinfonica, nell’utilizzo di
strumenti tipici delle orchestre classiche e di performance vocali vicine
alla lirica, una via di comporre musica che si riavvicinasse davvero al
modello classico (o neo-classico) che tanto Malmsteen aveva per primo
invocato. Tuttavia i Therion avevano, a mio parere, compiuto un passo
oltre. Tra loro e le altre band sinfoniche si poteva riscontrare la stessa
differenza che intercorre tra Mozart (per non dire Bach) e Wagner. Non più
una forma musicale che privilegiasse il virtuosismo, il solo, la melodia,
l’emozione che scaturisce da infinite e sublimi note che escono da un
violino (strumento principe del ‘700), bensì la ricerca armonica in
grado di scavare nella coscienza dell’uomo, delle sue tradizioni, dei
suoi miti, nel suo folklore. Ricerca da mettere al servizio di una grande
orchestra dove non ci siano distinzioni di ruoli, ma dove l’unicum
musicale concorre a creare un grande flusso emotivo. Non più il “Flauto Magico”, ma la “Cavalcata
delle Valchirie”, o meglio ancora i “Carmina
Burana” di Orff. Tutto ciò, come dicevo fino ai dischi precedenti a
questo enorme lavoro che comprende i due cd, “Lemuria” e “Sirus
B”, entrambi i quali raccontano vicende diverse, e vanno a comporre due
splendidi concep-album. Perché
questo? Semplicemente perché in queste ultime produzioni, il gruppo di
Christofer Johnsson abbandona l’impeto, a volte anche esagerato e
sgraziato di brani storici come “To Mega Therion”, “Opus Eclipse”
o la profondità sognante di una “Clavicola Nox”, a favore di una
ricerca armonica più funzionale e funzionante, di una maggiore cura e
rifinitura del tutto, di una produzione insomma che non lasci nulla al
caso, alla magia esplosiva del momento, ma che riesca a controllare ogni
singolo elemento in ogni istante e in rapporto al resto della
composizione. Del resto se ci si vuole avvalere di un’orchestra di 170
elementi più 9 cantanti lirici, in una produzione che occupa 9 mesi di
lavorazione, è ovvio che si debba operare in questa direzione! Tuttavia,
tra quest’ultimo album (di cui ammetto di aver ascoltato solo una
versione promozionale incompleta, sicchè anche il mio giudizio,
perdonatemi, sarà alla fine, parziale), e i predecessori, mi pare di
scorgere la stessa differenza che passa tra un “Atom Heart Mother” e
un “The Division Bell”; va bene la superproduzione, Gilmour si
materializza nella mia stanza quando partono i soli, ma dove sono finite
le varie “Astronimy Domine”? Nonostante ciò, come dicevo, Lemuria e
Sirius B, rimangono due bellissimi album: chitarre affilatissime in grado
di partorire superbi riff, un’ossatura ritmica molto capace, il tutto
condito dalle sontuose orchestrazioni della Filarmonica di Praga. Nel
primo cd “Typhon” accomuna Testament e Venom, “Lemuria” è uno
stupendo brano crepuscolare, così come la romantica “An Arrow From The
Sun” e “Feuer Overtüre / Prometheus Entfesselt” unisce la
magniloquenza dei cori all’impeto delle distorsioni. Sirus B, forse
leggermente superiore per quel che concerne il songwriting, lascia meno
spazio alle divagazioni orchestrali: “The Blood of Kingu” e “Son of
the Sun” sono brani in pieno stile Gotheburg, come “Call Of Dagon”
si richiama a tutta una tradizione epic-metal nordeuropea. Non mancano però
anche qui i momenti più oscuri e sognanti (“Sirius B”). Giudizio
finale, un ottimo ritorno per questa band, che probabilmente guadagnerà
in ascolti dopo l’abbandono delle sregolatezze e degli eccessi
precedenti, eccessi che tuttavia a mio giudizio, componevano buona parte
della loro originalità.
Lemuria:
secondo le tesi di M.P.L.Sclater, continente scomparso, probabilmente
posto tra Ceylon e Madagascar. Questo, migliaia di anni fa, avrebbe
ospitato, secondo le tesi della Teosofia, una sorta di primigenia razza
umana, dal corpo etereo e dalla grandissima intelligenza. Razza che
avrebbe costruito immense città megalitiche, e che probabilmente sarebbe
stata la creatrice della mitica Atlantide, raccontata da Platone.
Sirius
B: in pieno deserto Sahariano, due antropologi francesi, Marcel
Griaule e Germanie Dieterlen, stavano studiando la tribù indigena dei
Dogon. Nella religione dei Dogon e nella loro mitologia Sirio è
considerata la madre della vita. La scoperta sconcertante dei due
antropologi fu però che i Dogon non si riferivano alla visibilissima
stella Sirio A, uno dei corpi celesti più luminosi nel cielo notturno, ma
alla sua compagna Sirio B, una nana bianca non visibile nè ad occhio
nudo, nè con telescopi ottici convenzionali. Per spiegare tale conoscenza
presso i Dogon, alcune teorie fanno derivare questa dagli egizi, più
progrediti scientificamente, mentre altri propongono la venuta di questo
popolo direttamente da un sistema di pianeti orbitante presso quella
stella.
Matthew
Hopkins
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