THE STONE

"Zakalon Velesa"

(Solstitium)

2004

1. Prividjenja
2. Nocas Nikog Nema Pred Dverima Nava
3. Svarozi Krug
4. Zakon Velesa
5. Mater Slava
6. 1168 (Sivi Oblak Stao Nad Arkonom)

The Stone vengono dalla Serbia e forse questo è (un piccolo) segno che qualcosa sta cambiando, anche per quanto riguarda il black metal, in questa nazione. Ascolti questa piccola gemma e speri che nell'ex-Jugoslavia nasca una scena, perché, se queste sono le premesse, c'è di che sperare per il futuro. Il presente dischetto è il terzo ad opera della band ma è l'unico in mio possesso, quindi, non avendo ascoltato i precedenti album, non posso far comparazioni sull'evoluzione del loro sound. Stilisticamente, almeno per quanto concerne le parti 'declamatorie', mi hanno ricordato i nostri Spite Extreme Wing (e quindi, di rimando, per il lato musicale, i Darkthrone). Questo è uno di quei dischi dove non c'è l'uso del trigger, non ci sono sovra-incisioni, non ci sono trame chitarristiche arzigogolate: c'è solo del marcissimo, mal prodotto (ovviamente è da intendere positivamente) black metal. Sovente, questo tipo di proposta viene definita "raw black metal" e in queste tre parole c'è tutto quel che i The Stone propongono: una miscela cruda, schietta e sincera, che centellina sapientemente i blast-beat (mai fuori posto, mai eccessivi), alternati a stacchi armonici e/o parti più cadenzate. Di solito, dischi del genere, dischi che vengono ascoltati più per l'amore per determinate sonorità che per la proposta del gruppo in questione (si, lo so, magari è triste, ma è così) vengono definiti "imperdibili" anche in base al tipo di vocals. Mi spiego: sono migliaia i dischi di black metal ad essere interessanti o comunque simili fra loro e quel particolare che permette ad un gruppo, piuttosto che ad un altro, di essere "migliore" è proprio la voce, che dovrebbe essere il più possibile straziata, straziante, rantolante e negativa. Nel caso degli Stone, non è così; il cantato, pur se di buona fattura, è canonico e, tranne nei momenti dove è "declamatorio", i 'picchi' emozionali si contano sulle dita della mano guasta di Capitan Uncino. Mi spiace non poter dir nulla sui testi; purtroppo sono cantati in lingua madre e nel libretto non ho trovato da nessuna parte una traduzione (ahh, quanto avrebbero da imparare dagli Enslaved!), quindi per me possono anche parlare di pasta al pomodoro o delle gesta di Boksic e Suker, tanto non capirei. Per il resto, se quel che cercate è un disco di marcio black metal, senza stare a badare al nome del gruppo o alla ricercatezza sonora, avete trovato il dischetto che fa per voi.


Shub Niggurath

Voto: 7

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