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Togliamoci subito il dente dicendo che “Judas Christ” è un album insufficiente sotto ogni punto di vista, figlio di soluzioni banali e di un approccio alla materia inesistente. Probabilmente la mamma Century Media voleva un nuovo disco targato Tiamat ed il figlioccio Edlund ha deciso di accontentarla con un semplice esercizio di stile, non avendo la voglia ne tantomeno l’ispirazione per concentrarsi sul lavoro affidatogli. Strano per un personaggio che fino ad ora ci aveva abituato ad opere contorte e saporite, in cui la banalità non era sicuramente di casa.. Purtroppo qui non troviamo niente del masterpiece gothic metal “Wildhoney” e nemmeno dell’interessantissimo esperimento “psichedelico” di “A Deeper Kind Of Slumber”, o dei seminali “Astral Sleep” e “Clouds”, lavori diversissimi tra loro, ma accomunati dal genio artistico del loro timoniere. Dodici tracce che in alcuni casi provano a scomodare i Pink Floyd (rischio che fa abbassare ancor più un già pessimo risultato finale) ma che in generale si rifanno ad un banalissimo gothic rock (chi ha detto Sisters of Mercy?) intento a cavalcare il filone (ri) aperto dagli H.I.M. un po’ di anni fa.Qualcuno potrà affermare che già con il precedente “Skeleton Skeleton” i nostri si stessero muovendo verso soluzioni più accessibili ed easy listening, ma va detto che tra quei solchi le canzoni (anche i possibili hit single come “Brighter Than The Sun”) erano sorretti da una struttura di fondo, che rendeva il disco apprezzabile per lo meno in superficie. In “Judas Christ” si è badato solo a raschiare il barile, in una involuzione artistica preoccupante, che speravamo fosse stata scaricata nell’inutilissimo project Lucyfire. Ed invece ci troviamo proprio di fronte a quello che potrebbe essere tranquillamente lo scontatissimo seguito di “This Dollar Saved My Life At Whitehorse”, con una assenza compositiva di base a tracciare il percorso. Qualcosina qua e la può essere salvato (il singolo “Vote For Love” è un perfetto esempio di canzone commerciale che riesce a coinvolgere pur nella sua scarsa ricercatezza), ma troppo poco per farci chiudere un occhio su questo mastodontico errore di percorso. “You could be a celebrity like me” cantava Johan Edlund un paio di anni fa… Con un po’ di umiltà in più ci saremmo risparmiati questo scempio gratuito, che se avrà seguito, rischierà di infangare un nome fino ad ora interessante. Solo quando i Tiamat, nella persona del loro carismatico leader, si toglieranno di dosso quell’aura da rock star consumata, forse ritroveranno qualche motivo di esistere, per ora rimane solo un disco sconsigliatissimo e bocciato senza mezzi termini. Dispiace, ma non troppo…
David Scalet
Voto:
5
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