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Era un bel po’ di tempo che non accadeva, mi stavo quasi preoccupando, ma le tradizioni di quando in quando vanno rispettate e così, ancora una volta, mi ritrovo col mio gruppo di sparuti visionari contro le decisioni che il mondo civilizzato ha già preso altrove. Si, perché questo album, per chi non lo sapesse, ha ricevuto da più parti un’accoglienza trionfale, s’è parlato di “resurrezione” dei Tiamat, e molti hanno urlato al miracolo. Beh…lo dico chiaramente: fatico ad esaltarmi per “Prey”, sinceramente non mi sembra che mostri un ritorno sui livelli ormai da loro stessi irraggiungibili del periodo che va da “The Astral Sleep” a “Wildhoney”. L’emorragia post-Wildhoney è stata in effetti arrestata, il disco stavolta non soffre del difetto dei due album precedenti, sintetizzabile nella frase “Tolti due o tre pezzi, resta un sottobottiglia per il succo di frutta”. Però dove sia il miracolo, sinceramente, continuo a non capirlo, e non sto parlando di originalità o di chissà quali aspettative. Se Edlund m’avesse fatto un disco con 11 “The Return Of The Son Of Nothing” avrei preso questo album e costruito intorno a lui un piccolo santuario dove avrei pregato per mesi e mesi, e al diavolo l’originalità. I momenti che svettano sul resto ci sono ancora (vedi il singolo Cain, il suo ritornello è tra le migliori cose sentite quest’anno) ed il resto quantomeno è ispirato abbastanza per non premere il tasto “skip” in continuazione. Ma questo è quello che chiamo un buon disco, nulla di più e nulla di meno. Indubbiamente onesto, visto che non c’è nessun tentativo di nascondere l’anima dei Sisters Of Mercy e della darkwawe ottantiana che pervade questo disco, influenza che indubbiamente sovrasta le altre. Aggiungendo qualche spunto aromatizzato agli Him, un po’ di autocitazione tra “Wildhoney” e “A Deeper Kind Of Slumber” e qualche reminescenza floydiana (vedi la conclusiva “The Pentagram”), il gioco, in teoria, è fatto. Ponendo anche sul piatto della bilancia che i Finnvox non hanno fatto il miracolo, visto che a volte le chitarre sono troppo ruvide, e che alla lunga la voce di Edlund stanca, il quadro che si ottiene non è di quelli indimenticabili. Mettiamola così: davo i Tiamat per morti, invece con questo album il cuore ha ripreso a battere. Sono tornati a fare dischi che si ascoltano dall’inizio alla fine, e non si limitano a 2 singoli e un carico di riempitivi. Ma la convalescenza è lungi dall’essere finita e quindi per ora limitiamoci a constatare che sono tornati a produrre album discreti. Poi, si vedrà.
Reje
Voto:
6 e 12
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