|
Il posto
guadagnato nella scena Gothic Metal europea permette ai TO/DIE/FOR di
esercitare grande fascino anche con Jaded, il nuovo disco, che non
brilla alla maniera di quel capolavoro di quattro anni fa intitolato All
Eternity, ma considerato come seguito di Epilogue, non delude
affatto. Prima di fare ulteriori considerazioni su Jaded, si deve
ricordare un fatto importante: l’abbandono del chitarrista J.P. Sutela durante
la registrazione in studio (la notizia colpisce principalmente per il peso del
musicista nella band, uno dei fondatori assieme al vocalist Jape Perätalo). Ciò
comunque non cambia lo stile del quintetto, facilmente sintetizzabile in pochi
punti: amore per i primi anni ’80, legami con il gotico internazionale
tipicamente 90s (non a caso gli H.I.M. sono stati la seconda esperienza di
Juska Salminen, tastierista del primo nucleo dei TO/DIE/FOR – quando ancora si
chiamavano Mary Ann) e qualche pesantezza smussata dal pop sentimentale (non
così evidente da oscurare il termine Goth Metal accostato ai finlandesi sin dagli
inizi della loro carriera). Il percorso formato dalle canzoni è omogeneo e
portato a termine con poche cadute e qualche perla. “Dying Embers” anticipa già
tutte le caratteristiche generali, con la sua melodia definita e il tono di Perätalo
spesso sforzato ma apprezzabile (in particolare nella title-track e in “Too
Much Ain’t Enough”, che insieme al pezzo sopraccitato, sostengono il sound
tradizionale in maniera sempre più melodica). Come l’inquietudine si
impossessava della scena New Romantic rendendola preziosa, così la malinconia
condiziona i TO/DIE/FOR anche nei momenti più enfatici (“Forever, “Anos De
Dolor”), attenuando l’eccessiva sofisticatezza che altrimenti condurrebbe alla
monotonia. I sussurrii conclusivi di “Silence Tells More…” lasciano il tempo
per considerare l’interno lavoro e chiedersi se nuovi ascolti potrebbero
renderlo più apprezzabile oppure non offrirgli nemmeno una seconda prova.
Personalmente ho preferito la prima alternativa e per sostenerla cito soltanto
ora il pezzo più bello: “(I Just) Died in Your Arms”. 1985. Cutting Crew, una cover. Splendida: gli anni ’80 emozionano ancora e questo
rifacimento (migliore dell’originale) è adorabile (di conseguenza lo è anche il
disco se ascoltato col giusto animo).
Putnam
Aceto
|