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1. Blotch
2. Hopscotch
3. Lacrimosa
4. Odio
5. God
6. Alcool
7. Braindome
8. Demontain
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Mi risveglio da un torpore che sapeva di coma indotto da qualche strana sostanza o procedura. Dove sono in questo momento? Panico. Stavo tranquillamente passeggiando sulla via verso casa, quel tratto di campagna che separa la mia abitazione dal primo centro abitato, quando…non ricordo…ah, si! Una luce, un bagliore nel cielo, un urlo agghiacciante, più simile ad un’onda d’urto che ad un suono, che mi schiaccia a terra, poi quel fascio luminoso, che mi avvolge, mi trascina…e ora sono qui. Un cilindro di vetro mi cattura, in questa stanza buia, fredda, metallica. Accanto a me altri cilindri trasparenti, dentro ognuno di loro, un animale, un essere terrestre, che attende la sua sorte. Sorte univoca, che alcune creature hanno già subito: un tavolo e degli attrezzi (cosi mi viene di chiamarli, anche se non sembrano affatto utensili di umana fattura), macchie di sangue, brandelli di tessuti…schermi lampeggianti, alfabeti di altre costellazioni… Il suond degli italiani Ufomammuth equivale al peggior incubo extraterrestre che sia mai atterrato su questo insignificante asteroide. Alien? Predator? Alien Vs. Predator? Peggio, molto peggio. Solo gli incubi di H.P.Lovecraft forse si sono avvicinati a tanto… Chitarre nervose, distorsioni che fondono gli strumenti a corda in un unico laser che penetra nel cervello, avvilendolo, batteria inesorabile quanto il destino, una voce sgraziata, urlata, sguaiata, cattiva nel suo narrare indicibili sofferenze. Questo album mi riporta alla mente solo capolavori, dai Pink Floyd ai Kyuss, dai Neurosis ai Tool, ma soprattutto Black Sabbath, Electric Wizard, Sleep. Tutto ciò che è doom, ma anche psichedelica, sludge, stoner. Ma anche questa etichetta è restrittiva. Le atmosfere che scaturiscono dai synth sono inumane, strazianti, ma allo stesso tempo affascinanti, vicine più all’elettronica che non al rock, ma dal sapore assolutamente retrò e analogico. L’opener “Blotch” mette davvero i brividi, ma è giusto che sia cosi, perché ciò che ci aspetta sarà ancor più terrificante. “Hopscotch” infatti atterrisce per la sua volgarità. Il resto del disco è un alternarsi di momenti psichedelici, di space-rock che a tratti riportano alla mente anche gli Hawkwind, con brani doom devastanti per la loro brutalità: “Lacrimosa” è un viaggio che comincia a cullarci e quasi a rilassarci, cosi come “Odio”, partorita dai figli dei Kyuss di Sky Valley, un momento di puro stoner, dove capiamo di aver ormai lasciato la terra verso nuovi orizzonti. Ma il percorso spazio-temporale è bruscamente interrotto dalle turbolenze di “God” e “Braindome”: probabilmente siamo quasi a destinazione, gli influssi demoniaci dell’entità Ufomammuth che ci ha condotti fin qui si percepiscono pienamente, Egli si sta per rivelare in tutta la sua essenza: “Demontain” rappresenta cosi la conclusione, ma allo stesso tempo l’inizio del viaggio. Siamo atterrati, si. Ma dove? Cosa accadrà ora? Rivedremo mai i nostri cari? Forse non c’è più alcuna speranza…
Matthew Hopkins
Voto:
7,5
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