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Dopo aver costruito una solidissima
reputazione a suon di capolavori come “Bergtatt”, “Kveldssanger” e
“Perdition City”, ultimamente gli Ulver sembrano essersi messi
d’impegno per raderla al suolo. Una caterva di uscite discografiche
discutibili in un lasso di tempo così ristretto hanno avuto l’effetto
di far aprire gli occhi anche a qualcuno dei loro fans più ciechi (tra i
quali io) ed a inculcargli parecchie domande nella zucca. Alla fine, si
era costretti ad ammettere che Lyckantropen non era così bello come si
pensava, visto che per ogni pezzo davvero bello ve n’erano almeno 2
anonimi, che Svidd Neger è passabile ma non va da nessuna parte, e che
del disco di remix “1st Decade In The Machine” nessuno sentiva il
bisogno. Da questo repulisti, solo due cose restavano in piedi. La prima
è la ristampa dei due EP del silenzio, che però era ovviamente materiale
edito in precedenza (e comunque si, sono belli, ma i loro capolavori
restano altri) e la seconda è appunto questo altro EP di 23 minuti
scarsi, a mio parere l’unica release da un pezzo a questa parte degna di
portare il loro nome. Dirò di più : probabilmente, nonostante la breve
durata, (che per altro comprende un remix di “Nattleite” da
Kveldssianger, preso da “Decade In The Machine”) questo disco
rappresenta l’unico vero passo avanti del gruppo dai tempi di
“Perdition City”. Non dico che sia più bello (anche se un intero full
lenght a questi livelli potrebbe tranquillamente giocarsela) ma che in
qualche modo ne rappresenta un'evoluzione credibile. Gli Ulver nella loro
carriera hanno provato di tutto, ma mai come questa volta li troviamo così
teatrali e solenni, mai così cupi, mai così oscuri. Neppure quando
dilaniavano le chitarre con riffing black metal avevano mai anche solo
sfiorato vette così alte di violenza psicologica. Per la prima volta
infatti affrontano l’esplorazione dell’animo umano partendo
dall’interno e muovendosi verso l’esterno, un punto di vista nuovo di
cui, dopo aver ascoltato questo disco, si riesce a capire quanto ce ne
fosse bisogno. Capaci di muoversi musicalmente tra Ambient ed Elettronica
senza mai avvicinarsi troppo né ad uno né all’altra, in questo disco
la band rivoluziona soprattutto l’uso delle voci (che siano maschili o
femminili, mai avevano usati voci così eteree o con la solennità
dell’impostazione classica) e pongono su una base ipnotica, quasi da
trance, trame e canti pregni di negatività, malcelata inquietudine e
rabbia. E’ come se la struttura portante fosse invasa da un’eterea
anima dark che a tratti può arrivare perfino a ricordare quella dei Dead
Can Dance. Speriamo che con l’anno nuovo il gruppo maturi la decisione
di ripartire da qui e lasciarsi definitivamente alle spalle colonne
sonore, remix e uscite discutibili.
Reje
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