ULVER "a quick fix of melancholy" (Jester)

VOTO: 8

Dopo aver costruito una solidissima reputazione a suon di capolavori come “Bergtatt”, “Kveldssanger” e “Perdition City”, ultimamente gli Ulver sembrano essersi messi d’impegno per raderla al suolo. Una caterva di uscite discografiche discutibili in un lasso di tempo così ristretto hanno avuto l’effetto di far aprire gli occhi anche a qualcuno dei loro fans più ciechi (tra i quali io) ed a inculcargli parecchie domande nella zucca. Alla fine, si era costretti ad ammettere che Lyckantropen non era così bello come si pensava, visto che per ogni pezzo davvero bello ve n’erano almeno 2 anonimi, che Svidd Neger è passabile ma non va da nessuna parte, e che del disco di remix “1st Decade In The Machine” nessuno sentiva il bisogno. Da questo repulisti, solo due cose restavano in piedi. La prima è la ristampa dei due EP del silenzio, che però era ovviamente materiale edito in precedenza (e comunque si, sono belli, ma i loro capolavori restano altri) e la seconda è appunto questo altro EP di 23 minuti scarsi, a mio parere l’unica release da un pezzo a questa parte degna di portare il loro nome. Dirò di più : probabilmente, nonostante la breve durata, (che per altro comprende un remix di “Nattleite” da Kveldssianger, preso da “Decade In The Machine”) questo disco rappresenta l’unico vero passo avanti del gruppo dai tempi di “Perdition City”. Non dico che sia più bello (anche se un intero full lenght a questi livelli potrebbe tranquillamente giocarsela) ma che in qualche modo ne rappresenta un'evoluzione credibile. Gli Ulver nella loro carriera hanno provato di tutto, ma mai come questa volta li troviamo così teatrali e solenni, mai così cupi, mai così oscuri. Neppure quando dilaniavano le chitarre con riffing black metal avevano mai anche solo sfiorato vette così alte di violenza psicologica. Per la prima volta infatti affrontano l’esplorazione dell’animo umano partendo dall’interno e muovendosi verso l’esterno, un punto di vista nuovo di cui, dopo aver ascoltato questo disco, si riesce a capire quanto ce ne fosse bisogno. Capaci di muoversi musicalmente tra Ambient ed Elettronica senza mai avvicinarsi troppo né ad uno né all’altra, in questo disco la band rivoluziona soprattutto l’uso delle voci (che siano maschili o femminili, mai avevano usati voci così eteree o con la solennità dell’impostazione classica) e pongono su una base ipnotica, quasi da trance, trame e canti pregni di negatività, malcelata inquietudine e rabbia. E’ come se la struttura portante fosse invasa da un’eterea anima dark che a tratti può arrivare perfino a ricordare quella dei Dead Can Dance. Speriamo che con l’anno nuovo il gruppo maturi la decisione di ripartire da qui e lasciarsi definitivamente alle spalle colonne sonore, remix e uscite discutibili.

Reje

TRACKLIST

 

Little blue Bird

 

Doom Sticks

 

Vowels

 

Eitttlane (Nattleite Remix)

 

 

 

 

 

 

 

jester-records.com/ulver