|
1. Midnight
2. The Day The End Finally Came
3. When Push Comes To Love
4. Diggin' My Grave
5. The Buzzards Won't Cry
6. Sorest Of Eyes
7. Lift My Jug (Song For Hub Cale)
8. Gravel road
9. Porchlight
|
In questo periodo di generale riscoperta del “vecchio”, del cosiddetto “pre-war folk”, delle boiate acustiche stile Devendra-Cocorosie, se William elliott Whitmore avesse giocato bene le sue carte probabilmente sarebbe diventato una superstar o quasi; con all’attivo un solo full (lo splendido Hymns for the Hopeless del 2003 – nomen omen), una serie di EP (“The Death Valley Sessions”) venduti esclusivamente ai concerti e (quel che più conta) un pugno di canzoni che – letteralmente – ti aprono il cuore fino a farlo sanguinare, Whitmore è invece ancora patrimonio di pochi. Le ragioni (a parte il fatto che, per strani e incomprensibili movimenti della psiche umana, di solito chi veramente ha qualcosa da dire è destinato a marcire nell’anonimato più totale)? Uno, è Whitmore stesso a fregarsene bellamente; due, il personaggio è sicuramente tra i meno “vendibili” in assoluto. 28 anni, bianco, di professione agricoltore e allevatore di cavalli, William vive da sempre in una fattoria sulle rive del Mississippi assieme allo zio, non si muove mai di lì eccetto per sporadici e capillari tour, non ha un computer, non sa cosa sia Internet e non ha mai fatto parte di nessuna ‘scena’ (a parte risibili trascorsi in punk band della zona in gioventù). La sua musica è la diretta emanazione della mentalità schietta e rude del contadino, che magari non saprà molte cose ma quelle importanti ce le ha ben presenti (d’altronde, come lui stesso ebbe a dire in un’intervista: “quando da ragazzino ti ritrovi a tirare il collo ai polli che poi mangerai ottieni una chiara prospettiva della vita e della morte, di come qualsiasi cosa vada e venga seguendo un andamento circolare”): chitarra acustica o banjo, a volte (raramente) una drum machine antidiluviana che scandisce ritmiche che più essenziali non si potrebbe, sopra ogni cosa una voce (la sua voce) da ultracentenario con i polmoni intasati di catrame che al confronto Mark Lanegan è un eunuco da coro delle voci bianche. Titoli del tenore di Sorest of eyes, The Day the End Finally Came o Digging My Grave, un senso di disperazione, lutto e abbandono quasi palpabile. Questo disco è tra le cose più intense e sincere che abbia mai avuto modo di ascoltare; lo si potrebbe definire “blues” (la matrice in effetti è la stessa), “folk”, il (da noi) tanto odiato “alt-country” degli ultimi anni, ma la verità è che si tratta di emozioni e sensazioni vecchie quanto il mondo, famigliari a chiunque e per questo in grado di accomunare intere generazioni di ascoltatori. Chiunque abbia perso un parente, un amico, un amore, non potrà evitare di lasciare libero sfogo alle lacrime nel corso dell’ascolto di Ashes to Dust; ma sarà un pianto liberatorio, quel pianto che ci accomuna tutti quanti nel dolore della perdita, ma anche nel sollievo di una carezza da una mano amica nel momento del bisogno. Impossibile segnalare un brano in particolare a discapito di altri, ma personalmente le mie preferenze vanno alla conclusiva Porchlight, semplicemente la canzone che ogni padre vorrebbe sentirsi dedicare (è infatti stata scritta da Whitmore in ricordo del genitore scomparso dieci anni fa), straziante epopea di una vita descritta con disarmante semplicità, che termina con uno struggente “and someday I hope to see you again, with me on the other side”... Si, magari William Elliott Whitmore continuerà a essere patrimonio di pochi, ma quei pochi li riconoscerete dal ciglio umido e un sorriso di soddisfazione.
PS: al momento in cui scriviamo queste righe apprendiamo dell’uscita di un EP di soli inediti intitolato Latitudes; se ne riparlerà, per forza di cose...
Dragone Nervoso
Voto:
9
|