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1. Witchcraft
2. The Snake
3. Please Don't Forget Me
4. Lady Winter
5. What I Am
6. Schyssta Lögner
7. No Angel or Demon
8. I Want You to Know
9. It's So Easy
10. You Bury Your Head
11. Her Sisters They Were Weak
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Stonehenge – Anno Domini 2004. Quattro giovanissimi stregoni, John Hoyles (chitarra), Jonas Anesèn (batteria), Magnus Pelander (voce e chitarra) e Ola Henriksson (basso), si riuniscono nel sacro luogo di culto, per ridar vita all’antica forza primigenia, nel tentativo di scongiurare la catastrofe ultima che cancellerà il genere umano dalla faccia della terra. Sono anni difficili per le ottuse creaturine che abitano il pianeta, lo modellano a loro piacimento distruggendone le risorse, e si combattono infine tra di loro, in guerre fratricide. Come già accadde in passato, l’aiuto dei pochi “illuminati”, non uomini di scienza, ma di coscienza, dediti al culto di Madre Natura, sarà essenziale per ristabilire l’ordine. Questo il tentativo dei Witchcraft: risvegliare gli dei pagani che dalla notte dei tempi abitano il nostro pianeta e la loro madre, l’energia vitale prima. Per portare a termine l’ardua missione, altro non si poteva fare se non richiamarsi a tutta una tradizione musicale che proprio alla riscoperta del magico e dell’esoterico aveva guardato. E’ il momento quindi di invocare il rock oscuro di Black Sabbath, Pentagram e Saint Vitus, di risvegliare la psichedelica dei Jethro Tull e dei Grateful Dead, il folk degli Oberon. I quattro ragazzi scandinavi, nei loro larghi abiti sciamanici anni ’70, non si perdono di fronte alla grandiosità del compito, partorendo un disco affascinante, composto di note che sembrano sgorgare da antichi alambicchi, note scritte su pergamene, che nulla hanno a che vedere con la tecnologia e la purezza del suono. Momenti come “The Snake”, “Lady Winter”, “What I am” sono indimenticabili rock blues dal sapore intimo e puro, ci mettono immediatamente in rapporto con la natura vergine. “I Want You to Know” e “It’s so Easy” richiamano il “sabba nero”, non emulandolo, ma donandogli nuova energia vitale, nuova linfa. L’attacco di “Witchcraft”, il brano d’apertura è sognante e potentissimo al tempo stesso, sei minuti di musica (il brano più lungo del disco) che a discapito del senso comune che vorrebbe una traccia breve e d’impatto come opener, ci ammaliano e costringono i nostri sensi a non allontanarci dallo stereo. “Her Sisters They Were Weak”, non è di questo mondo, un incubo partorito dalla mente di H.P.Lovecraft durante una delle sue evocazioni. Ultima citazione per "Please don't forget me", cover dei sopraccitati Pentagram, tributo obbligatorio per i quattro ancora giovani apprendisti, al loro disco d’esordio. Disco che tuttavia odora di capolavoro, visto proprio il rapporto tra giovane età del gruppo ed intensità sonora che riescono a produrre. Una band che già ha idee chiarissime su ciò che vuole. Da tenere d’occhio.
Matthew Hopkins
Voto:
7+
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