PATRICK WOLF

"wind in the wires"

(Tomlab/Wide)

2005

01. The Libertine 
02. Teignmouth 
03. The Shadow Sea 
04. Wind In The Wires 
05. The Railway House 
06. The Gypsy King 
07. Apparition 
08. Ghost Song 
09. This Wheater 
10. Jacob's Ladder 
11. Tristan 
12. Eulogy 
13. Land's end 

La esile figura di Patrick Wolf rappresenta per molti il prototipo del cantautore inglese moderno: figlio della Wave, con tradizionale fare da dandy unisce strumenti ad arco, folk e basi elettroniche, un po’ come se Marc Almond fosse diventato il cantante degli Arab Strap. Il mondo ha parlato di “Wind In The Wires”, suo secondo full-lenght sulla lunga distanza, come il lavoro della raggiunta maturità stilistica. Vero solo in parte. Sicuramente di tutta la cricca di nuovi folksinger mezzi elettronici che amano registrare dischi tutti da soli è uno di quelli con più cose da dire, non a caso la varietà stilistica è allo stesso tempo il miglior pregio e il maggior limite di questo disco. Perché è vero che fa piacere sentirlo passare con sufficiente disinvoltura dagli arrangiamenti d’archi della dolce ballata “Eulogy” al fragoroso finale, quasi memore della vecchia scena elettronica tedesca, di “Jacob’s Ladder”, ma va pur detto che a tratti si avverte la mancanza del filo conduttore (quello della maturità) che dovrebbe tenere insieme un album costruito su un ventaglio di influenze musicali così ampio. Che il ragazzo abbia stoffa però è chiaro, visto che riesce a convincere più o meno in ogni veste. Le ballads sono struggenti ed intense (“The Railway Road”, per voce e ukulele; la title-track, fatta di piano e loops, e “The Gypsy King”, quella più Folk), ed altrettanto efficaci si rivelano i pezzi più movimentati, dall’allegra “Land’s End” (che ricorda alla lontana Belle & Sebastian), fino alla coinvolgente “Libertine” (violini più ritmica ballabile, impossibile non battere il piedino) e a “Tristan”, in cui la base elettronica si fa più pesante per giocare con uno dei migliori ritornelli ascoltati ultimamente. I pochi cali di tensione (si veda “Ghost Song”, che, con i suoi tre minuti di archi, loops ed una melodia vocale anonima, sembra non decollare mai) non minano comunque la buona riuscita di un lavoro che, oltre a sorprenderci positivamente per la qualità della proposta, getta ottime basi per il futuro. Il prossimo disco potrebbe essere quello della maturità, stavolta davvero.

Tony Aramini

Voto: 7+

www.patrickwolf.com