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Poco meno di un anno e mezzo fa una delle più grandi e sottovalutate formazioni dell'underground americano, i 16 Horsepower, annunciava con uno scarno comunicato sul proprio sito ufficiale lo scioglimento, dovuto a "un accumulo di divergenze, principalmente politiche e spirituali". Vede ora la luce il quarto lavoro a nome Woven Hand, progetto questo nato nel 2001 come one-man-band di David Eugene Edwards, carismatico leader del gruppo. Fin dall'omonimo esordio, Woven Hand ha incarnato il lato più sperimentale dell'anima dei 16 Horsepower, accentuandone l' aspetto gothic oltre alle componenti folk e roots, che pure rimangono elementi essenziali delle composizioni di Edwards. "Mosaic" si colloca sulla falsariga del suo predecessore, l'ottimo "Consider The Birds" datato 2004, senza riuscire tuttavia a ricrearne appieno la magia e le atmosfere. L'impressione è infatti che l'ispirazione di Edwards subisca qui una battuta d'arresto, portandolo a riutilizzare per le composizioni del disco formule precedentemente collaudate che tuttavia cominciano a perdere efficacia. Gli ingredienti presenti in "Mosaic" sono infatti quelli che da sempre contraddistinguono la poetica e la musica di Edwards: il largo utilizzo di banjo, violini, piano, organo, tastiere e percussioni più o meno ossessive, ritmiche scarne e melodie inquietanti a creare mood sempre più cupi, un songwriting visionario di ispirazione quasi esclusivamente religiosa, che delinea ancora una volta gli scenari apocalittici in bilico tra peccato e redenzione tanto cari all' immaginario dell'artista. Tuttavia non si può fare a meno di ravvisare nelle composizioni del disco la mancanza del pathos e dell'intensità che animavano i precedenti lavori a firma DEE: i brani, pur ineccepibili dal punto di vista di stesura ed esecuzione, sembrano frutto di maniera e soprattutto di abitudine e faticano a coinvolgere chi ascolta; la stessa voce di Edwards, che in passato aveva raggiunto picchi davvero notevoli per drammaticità e potenza espressiva, sembra ora risparmiarsi e risulta per lo più piatta e monocromatica, anche quando declama nei momenti più "teatrali" del disco.
L'auspicio è dunque che un artista del calibro di DEE, che nulla ha da invidiare a ben più famosi songwriters, possa in futuro mettersi in discussione, rinnovarsi, ed eventualmente cambiare direzione, chissà, magari proprio andando a recuperare parte dell'urgenza e del "fuoco sacro" che animava i primi lavori dei 16 Horsepower, una band che chi ha conosciuto e amato non smetterà mai di compiangere.
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Voto:
6-
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