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SHOOTING
RUBBERBANDS AT THE STARS - 1988 (Geffen) |
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Tracklist: What
I Am / Little Miss S. / Air Of December / The Wheel / Love Like We Do /
Circle / Beat The Time / She / Nothing / Now / Keep Coming Back |
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Nella
seconda metà degli anni ’80, mentre Suzanne Vega raccontava al
mondo la storia di Luka che vive al secondo piano e la lacca usata
dai Bon Jovi allargava del 43% il buco dell’ozono, a Dallas
c’era uno scombinato gruppo di reduci della New Wave che tanto
amava le dilatate jam session psichedeliche di una ventina d’anni
prima. Alla voce avevano una folksinger poco più che ventenne: una
combinazione di quelle parecchio strane sulla carta, ma
inevitabilmente destinata a fare il botto, complice un repertorio
potenzialmente irresistibile e dalla dolcissima sensibilità pop. La
Geffen provò ad addomesticarli, ma i nostri erano di quelli poco
inclini a compromessi, così tra rinvii ed incomprensioni Edie
Brickell & New Bohemians pubblicarono il loro primo lavoro ben
due anni dopo aver apposto la loro firma in coda ad un contratto
discografico. “Shooting Rubberbands At The Stars” è tanto
semplice quanto efficace, le sue ballate folk-rock unite ad echi di
tarda new wave vengono marchiate in maniera indelebile dalla
deliziosa voce di Edie, che riesce a rendere indimenticabili brani
come la ruffiana “What I Am” (probabilmente l’assolo di
wah-wah più noto della storia), la sofferta “The Wheel” o la
malinconica “Little Miss S.”, dedicata dalla cantante alla sua
omonima Edie Sedgwick, celebre attrice della Factory di Andy Warhol
scomparsa prematuramente nel 1971. L’ottima ballata “Circle”
è il definitivo sigillo ad uno dei più brillanti esordi
discografici del genere.
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GHOST OF
A DOG - 1990 (Geffen) |
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Tracklist: Mama
Help Me / Black & Blue / Carmelito / He Said / Times Like This /
10.000 Angels / Ghost Of A Dog / Strings Of Love / Woyaho / Oak Cliff Bra
/ Stwisted / This Eye / Forgiven / Me By The Sea |
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L’improvviso
successo del disco di debutto non scalfisce di un millimetro
l’integrità artistica della band, anzi, probabilmente ne
implementa la voglia di superarsi e fare ancora bene, visto che
“Ghost Of A Dog” si propone come coraggiosa svolta verso
territori più adulti. Aumentano le influenze folk-rock in senso
stretto, così come vengono ripescate dal passato remoto quelle più
tipicamente psichedeliche, Grateful Dead ancora una volta insegnano.
L’indole pop lascia spazio a pezzi più complessi che, seppur
perdendo qualcosina in quanto ad immediatezza, guadagnano
notevolmente in intensità. Rispetto alla
malinconia agrodolce di “Shooting Rubberbands…” si respira
un’aria più cupa che non manca di contagiare anche le liriche,
smaniose di dimostrare l’avvenuta maturazione. L’album viaggia
su livelli molto alti e costanti, citare l’uno o l’altro pezzo
probabilmente sarebbe un torto nei confronti dei rimanenti, basti
sapere che ballate acide come “Stwisted” e “10.000 Angels”
impressionano per come riescono ad anticipare diverse tendenze di
almeno un paio d’anni (dalla metà degli anni novanta saranno
infatti in molti a tentare il riciclaggio del folk rock americano,
spesso ibridato a sonorità Alternative). Per il resto, “Black And Blue” è
figlia dei Byrds, mentre “Mama Help Me” riprende in maniera
esplicita i frammenti funk dispensati con parsimonia nel disco
d’esordio. Il dolce folk (con tanto di fisarmonica) a nome “Me
By The Sea” segna la fine di uno dei lavori più interessanti e
sottovalutati dei primi anni novanta. Da segnalare la presenza di
John Lydon alle backing vocals in “Strings Of Love”,
partecipazione illustre che comunque genererà scarsi rientri
pubblicitari. Nonostante una favorevole accoglienza da parte della
critica, il pubblico, per l’ennesima volta ingordo di prodotti di
facile consumo, sembra infatti gradire poco la crescita stilistica
di Edie e soci, che dividono le proprie strade di lì a poco. La
Brickell inizierà subito a lavorare ad un disco solista in
compagnia del suo compagno (successivamente marito) Paul Simon (sì,
QUEL Simon), mentre l’unico dei New Bohemians ad assaporare di
nuovo la fama sarà il batterista Matt Chamberlain, per un attimo
sulla cresta dell’onda nei primissimi Pearl Jam (è infatti lui a
sedere dietro i tamburi nel celeberrimo videoclip di “Alive”),
poi ricercato session man.
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PICTURE
PERFECT MORNING - 1994 (Geffen) |
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Tracklist:
Tomorrow
Comes / Green / When The Lights Go Down / Good Times / Another Woman's
Dream / Stay Awhile / Hard Times / Olivia / In The Bath / Picture Perfect
Morning / Lost In The Moment |
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La
Geffen ritiene redditizia la possibilità di un eventuale disco
realizzato dalla coppia Brickell/Simon, così alla fine mantiene la
cantante sotto contratto. La coppia si avvale della collaborazione
di Roy Halee, già produttore di alcuni lavori di Simon durante gli
anni ’80, ed è questo il preludio a “Picture Perfect Morning”,
uscito a 4 anni di distanza dal secondo lavoro dei New Bohemians. La
musica è progredita molto nella forma, grazie al mestiere ed
all’esperienza di Simon e Halee gli arrangiamenti sono infatti
curati in maniera impeccabile. Le ballate folk-pop anche stavolta
offrono interessanti episodi dalle atmosfere soffuse (“Green”,
“When The Lights Go Down”, la title-track), ma il disco anziché
limitarsi a questo prova anche a sconfinare in territori meno
usuali, talvolta con risultati più che buoni (l'andamento marziale di
"Olivia", l’uptempo “Tomorrow Comes” o le influenze
soul di “Good Times”, in collaborazione con Barry White), altre
volte ricorrendo a soluzioni di songwriting piuttosto fiacche e
banali (il funk di “Another Woman’s Dream”). Circa un anno
dopo l’uscita dell’album Edie Brickell deciderà, scopo maternità,
di ritirarsi dalle scene a tempo indeterminato.
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Tony Aramini
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