PRETTY HATE MACHINE - 1989 (TVT)

Tracklist: Head Like A Hole / Terrible Lie / Down In It / Sanctified / Something I Can Never Have / Kinda I Want To / Sin / That's What I Get / The Only Time / Ringfinger

Come i Napalm Death insegnano, il mondo della musica si divide in leaders e followers. Trent Reznor appartiene di diritto alla prima categoria, ma quando nel 1989 i Nine Inch Nails esordiscono con “Pretty Hate Machine” il mondo ancora non lo sa. Però può intuirlo. Pezzi come “Sin”, “Ringfinger”, “Terribile Lie” e “Head Like A Hole” lasciano infatti intravedere un uomo a cui i panni del succube dei Ministry di “Twitch” o degli Skinny Puppy vanno ormai stretti, al punto da dedicarsi ad un interessante ibrido tra sonorità industriali e synth-pop. Il risultato è di quelli da ricordare, anche perché il songwriting di questo personaggio gode indubbiamente di una marcia in più, tanto ruffiano e pop quanto ispirato ed imprevedibile. Imprevedibile al punto di passare con assoluta disinvoltura dalla ritmica funk di “Sanctified” alla disperazione pianistica di “Something I Can Never Have”, mica poco. Bisognerà archiviare ancora qualche altro episodio prima dell’ascesa definitiva, ma le intuizioni di “Pretty Hate Machine” restano uno dei tasselli più importanti all’interno della discografia di Reznor, senza le quali difficilmente la storia avrebbe seguito il corso che tutti conosciamo.

 

Tony Aramini

 

BROKEN - 1992 (Nothing/Interscope)

Tracklist: Pinion / Wish / Last / Help Me I Am In Hell / Happiness In Slavery / Gave Up / Physical / Suck

“Broken” arriva nel 1992 dopo un traumatico cambio di casa discografica: la TVT si opponeva infatti alle partecipazioni di Reznor sui dischi di altri artisti (lo ricordiamo, tra gli altri, in “Gub”, dei Pigface di Martin Atkins), inducendo il cantante a dare vita, assieme al manager John Malm, alla Nothing Records, etichetta affiliata al gruppo Interscope. Il disco comunque non è utile a scrollarsi di dosso l’appellativo di “inseguitore” dei Ministry. Rispetto a “Pretty Hate Machine” il cambiamento stilistico è radicale, ma indubbiamente ‘figlio’ della svolta metallica intrapresa poco prima da Al Jourgensen (con cui lo stesso Trent aveva collaborato nei 1000 Homo DJs). Dunque la sensibilità pop tipica del songwriting dei Nine Inch Nails si sposa con chitarroni che sembrano uscire direttamente da “The Land Of Rape And Honey” o “Psalm 69”, generando comunque momenti interessanti come la nervosa “Wish” (da cui fu tratto un videoclip premiato con frequenti passaggi televisivi) o “Physical”, cover di Adam & The Ants, dall’incedere rallentato ed ossessivo; “Happiness In Slavery” è forse l’episodio maggiormente imparentato con il passato. Nonostante un sound leggermente più ‘stereotipato’ rispetto a quello dell’esordio, i riscontri di pubblico ottenuti da “Broken” sono ben più consistenti, segno che le platee sono ormai mature per un certo tipo di proposta. Il prossimo passo sarà il momento della verità.

 

Tony Aramini

 

FIXED - 1993 (Nothing/Interscope)

Tracklist: Gave Up (Remix) / Wish (Remix) / Happiness In Slavery (Remix) / Throw This Away / Fist Fuck / Screaming Slave

Lavoro abbastanza interlocutorio, più che altro una scusa per consentire a Reznor di dare sfogo alla sua risaputa passione per i remix. I pezzi di “Broken” vengono qui smontati e rimontati in riletture dilatate in cui le chitarre delle versioni originali si fanno da parte in favore di sonorità maggiormente elettroniche e percussive, quasi completamente strumentali. La rosa di artisti chiamata a raccolta per completare l’operazione è comunque intrigante e di tutto rispetto: oltre agli stessi Nine Inch Nails è infatti da registrare il contributo di gente come Coil, Foetus e Butch Vig. Punto più alto sicuramente gli 8 minuti di “Screaming Slave” (una delle due riletture di “Happiness In Slavery” presenti in scaletta), che non trascurano inaspettate aperture verso il Noise. Un disco tutto sommato indirizzato ai soli sostenitori più accaniti, ma che mette in mostra, con discreto successo, il lato “manipolatore” di Trent.

 

Tony Aramini

 

THE DOWNWARD SPIRAL - 1994 (Nothing/Interscope)

Tracklist: Mr. Self Destruct / Piggy / Heresy / March Of The Pigs / Closer / Ruiner / The Becoming / I Do Not Want This / Big Man With A Gun / A Warm Place / Eraser / Reptile / The Downward Spiral / Hurt

A un lustro dall'esordio, nel 1994 arriva il primo grande capolavoro dei Nine Inch Nails, ovvero la consacrazione definitiva del gruppo nel panorama internazionale industrial e oltre. Dopo frammentarie sessioni di registrazione nella ex-villa dove Sharon Tate fu assassinata da Charles Manson, la nascita di The Downward Spiral rappresenta un sofferto e trasparente (per quanto sia tremendamente carico di chiavi di lettura) concept, entrato prepotentemente nella storia per le elaborate sonorità innovative ed originali e per la sua capacità di scandagliare nel profondo l'animo di chi ascolta a partire dall'esperienza degli autori (importanti i familiari contributi di Chris Vrenna, Charlie Clouser, Danny Lohner, Stephen Perkins dei Jane’s Addiction e Adrian Belew dei King Crimson, passando per la produzione di Flood e Alan Moulder). Lungo prime intense sensazioni a pelle questo disco arriva a pungere nel midollo conficcandosi come un pericoloso antigene: l' Halo Eight è violenza che non fa differenza tra puro e contaminato, va al di là del bene e del male e non guarda in faccia a nessuno. In questa parentesi musicale dei Nine Inch Nails più che mai c’è spazio solo per se stessi attraverso i mille volti che la animano: nichilismo, egocentrismo, autodistruzione, competizione, ansia, angoscia, odio ambiguo verso Dio, impotenza (non esplicitamente genitale, of course), sadomasochismo sessuale, sofferenza per la perdita di qualcuno o qualcosa...ma in mezzo a tanto caos sopravvive qualche spiraglio di luce, più per forza di cose che per necessità di pausa. Un brivido raggelante lungo 80 minuti che miete vittime senza pietà alcuna. Non c’è tempo per prendere fiato tra un brano e l’altro, ogni ascesa promette una brutale caduta e non ci sono manifesti, non ci sono titoli-icone per isolarne o rappresentarne i contorni: a farla da padrona è l’intera totalità di brani, con i suoi alti ed i suoi bassi. Un punto di partenza e di arrivo contemporaneamente, come ogni capitolo che germina lungo il percorso musicale dei Nine Inch Nails. Per chiunque, chi ha la forza di restare in piedi, e chi crolla sulle ginocchia, in qualunque senso.


Nel 2004, in occasione del 10° anniversario dell'uscita, la Nothing Records pubblica altre due versioni del disco, una doppia Deluxe rimasterizzata in dolby surround 5.1 su doppio SACD e una Dualdisc DVD-A (vedi relativa recensione).

 

Tiziana Brombin

 

FURTHER DOWN THE SPIRAL - 1995 (Nothing/Interscope) 

Tracklist: Piggy (Nothing Can Stop Me Now) / The Art Of Self Destruction, Part One / Self Destruction, Part Two / The Downward Spiral (The Bottom) / Hurt (Quiet) / Eraser (Denial; Realization) / At The Heart Of It All / Eraser (Polite) / Self Destruction, Final / The Beauty Of Being Numb / Erased, Over, Out 

“Fixed” rappresentava le prove generali, ma è con “Further Down The Spiral” che il remix diventa davvero un’arte. I Nine Inch Nails riescono a decostruire il precedente capolavoro e trasformarlo in un disco completamente nuovo; ovviamente con l’ausilio di gente che sa il fatto suo: oltre ai soliti Coil e Foetus si registra infatti la partecipazione di Rick Rubin (alle prese con “Piggy”, una delle rielaborazioni più entusiasmanti del lotto), e nientemeno che di Aphex Twin, che assembla samples tratti da “The Downward Spiral” per dare vita a “At The Heart Of It All”. Gli episodi memorabili sono quelli dall’appeal più ruffiano, ossia la già citata “Piggy”, riletta in una versione maggiormente aggressiva che dopo due minuti spiazza aprendosi a ritmi simil-house, e la commovente “Hurt”, a cura dello stesso Reznor. Tutto il resto è, se possibile, più disturbante della rispettiva controparte originale, che viene praticamente depurata di ogni frammento pop. Indubbiamente un gradino più in alto degli altri remix album griffati NIN: purtroppo non sono più riusciti a ripetersi a questi livelli, nel campo della rivisitazione. Anno di grazia 1995, molto prima che iniziative di questo genere diventassero una moda per spillare soldini ai fans più devoti.

 

La versione europea del disco esce con tracklist rimaneggiata (lo splendido remix di "Hurt" è sostituito da una versione dal vivo del medesimo pezzo, tra le altre cose), risultando qualitativamente meno interessante della corrispettiva edizione statunitense, della quale si è deciso di parlare.

 

Tony Aramini

 

THE FRAGILE - 1999 (Nothing/Interscope)

Tracklist CD Left: Somewhat Damaged / The Day The World Went Away / The Frail / The Wretched / We're In This Together / The Fragile / Just Like You Imagined / Even Deeper / Pilgrimage / No, You Don't / La Mer / The Great Below

Tracklist CD Right: The Way Out Is Through / Into The Void / Where Is Everybody? / The Mark Has Been Made / Please / Starfuckers, Inc. / Complication / I'm Looking Forward To Joining You Finally / The Big Come Down / Underneath It All / Ripe (With Decay) 

Lasciato e giusto, sinistra e destra. Di un left e di un right è appunto scisso indivisibilmente questo superbo concept che porta il nome di The Fragile. Dopo una biennale travagliata gestazione, il quattordicesimo Halo esce nel 1999 superando ogni aspettativa tra critica e pubblico, classificandosi oggi come il disco più venduto dei Nine Inch Nails. Non esiste niente in circolazione che vi si possa accostare, sia tecnicamente sia sonoramente parlando: a prescindere dagli indici di gradimento, la ricercatezza espressiva e l’eterogeneità delle componenti strumentali si sposano naturalmente, come apollineo e dionisiaco nella tragedia greca celebrata da Nietzsche, dando vita ad atmosfere ora vitree (The Frail) ora plumbee (Pilgrimage), ora rarefatte (The Day The World Went Away), ora abbaglianti (Complication, Ripe (With Decay)). Dal brulicare più morboso dell’inferno (Somewhat Damaged, The Wretched, No You Don’t) ci si getta dallo strapiombo verso l’oceano infinito (La Mer) per poi ascendere verso Dio (Just Like You Imagined, The Great Below, The Way Out Is Through). Elementi di discordia tra una dimensione e l’altra, quasi incoerenti, ancorano l’anima del suono alla mera umanità (Into The Void, Starfuckers Inc., Where Is Everybody?), eppure nessun pezzo non combacia, nessun passo può essere saltato per vivere (o meglio cercare, di vivere) fino in fondo l’intensità che The Fragile riesce con sempre più prestanza a propagare. La versione “estesa” dell’album è disponibile solo su vinile, con due tracce in più: le splendide 10 Miles High e The New Flesh.

L’era di The Fragile è stata glorificata anche grazie alla formazione aurea che ne ha realizzato l’assemblaggio in studio e dal vivo: Charlie Clouser (synth), Danny Lohner (basso, cori), Robin Finck (chitarra, cori) e Jerome Dillon (batteria) al fianco di Trent Reznor (voce, chitarra, synth), nella maggioranza dei casi unico compositore dei brani. Il contributo rilevante di Keith Hillebrandt, Dr. Dre, Adrian Belew, Rob Sheridan, Alan Moulder e Steve Albini fra i molti altri ha indubitabilmente saldato questo album nei limiti della perfezione ed ha garantito che ogni qualvolta questo disco dovesse insidiarsi e strisciare lungo le vostre vene, state pur certi che è per sempre.

 

Tiziana Brombin

 

THINGS FALLING APART - 2000 (Nothing/Interscope)

Tracklist: Slipping Away / The Great Collapse / The Wretched (Version) / Starfuckers, Inc. (Version) / The Frail (Version) / Starfuckers, Inc. (Version) / Where Is Everybody? (Version) / Metal / 10 Miles High (Version) / Starfuckers, Inc. (Version) 

Ad ogni madre il suo bambino: com’è stato per Broken con Fixed, e per The Downward Spiral con Further Down The Spiral, Things Falling Apart nasce come rivisitazione, manipolazione e venatura sperimentale del suo genitore: The Fragile. Uscito l’anno successivo in -cosa più che rara- un’unica versione internazionale, l’ Halo Sixteen occupa subito un posto d’onore nella produzione dei Nine Inch Nails per il suo gusto sperimentale e per l’inesauribile disposizione dell’universo Nothing Records ad escogitare nuove sonorità, proporre nuove chiavi di lettura che assai di rado banalizzano il concetto che vanno a ribadire (eccezione fatta forse per i tre remix di Starfuckers, Inc., uno alla Star Wars di Adrian Sherwood, uno più soft di Dave Ogilvie e l’ultimo più nebuloso di Charlie Clouser, che sebbene si tratti di nomi importantissimi uno solo poteva bastare). Dalla Into The Void di The Fragile germoglia Slipping Away e da The Wretched sorge The Great Collapse, entrambe firmate Trent Reznor e Alan Moulder: non remix, ma totali e squisite devastazioni. Alla contigua manipolazione di The Wretched quasi non ci s’accorge che si tratta del medesimo brano, sul quale stavolta ci ha messo le mani Keith Hillebrandt (che ha tra l’altro appena pubblicato il suo primo disco solista, nda). A Benelli è toccata la sofisticazione di The Frail, riproposta in vibrante chiave di violino tanto da andare mano nella mano con l’intro di Jöga (Björk). Per il remix di Where Is Everybody? operano Danny Lohner plus special guest: Telefon Tel Aviv. Ma quanto fa più gola è la presenza di due brani inattesi: una versione estesa e trattata di nuovo da Keith Hillebrandt di 10 Miles High, di cui sul formato CD di The Fragile compaiono solo una manciata di secondi sulla scia di The Mark Has Been Made (mentre potete avere il piacere di ascoltarla tutta sulla versione vinile o sulla versione Green del CDS di We’re In This Together); e Metal, riuscito remix dell’originale di Gary Numan, artista da Trent Reznor da sempre ammirato. Descrivere in dettaglio queste 10 operazioni chirurgiche è pressoché fuori luogo: l’elettronica attraverso cui ogni stato d’animo prende vita a fior di pelle sa distinguersi da qualsiasi altro impulso artificiale e va vissuto soggettivamente, sia che si giudichi positivo, sia che negativo.

Non ridondante, non scontato e -oserei dirlo- non superfluo: una prova d’autore dal sempre improbabile rischio di fiasco. 

 

Tiziana Brombin